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	<title>Associazione Rising &#187; donne migranti</title>
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		<title>Donna migrante</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 01:15:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
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<p><em>di Giusy Coronato</em></p>
<p>È Kafayat, Blessing, Saadia, Hodan, Olena, Fatima e Alima. La donna migrante è la mamma che vuole offrire un futuro migliore al figlio disabile, è la donna che ha perso la casa, la famiglia e tutti i suoi beni a causa della guerra, è la donna che non è libera di amare un’altra donna. È colei che scappa dalla violenza di un marito, è quella a cui piace studiare e che vuole avere la possibilità di scegliere il proprio lavoro, quella che affida i figli alla famiglia e va in cerca di fortuna per farli andare a scuola. Quella che non aveva intenzione di migrare ma che si è fidata delle persone sbagliate e si ritrova dentro un vortice di sfruttamento, minacce e violenza da cui non riesce ad uscire. La donna migrante è “la pazza” abbandonata dalla famiglia, un peso che la comunità non vuole sostenere, ed è quella che poi “matta” lo diventa a causa dei traumi subiti durante il viaggio.</p>
<p>Donne diverse accomunate da un destino simile e a volte mortale: il viaggio. Donne che vengono picchiate, stuprate, imprigionate, considerate merce di scambio e private di qualsiasi forma di dignità. Sono donne che arrivano in Italia con in grembo il figlio di uno stupro e che prendono decisioni coraggiose e sofferte: portare avanti la gravidanza, metterne fine, volerlo fare ma non averne più il tempo. Donne che, ancor prima di partire, decidono di inserire il contraccettivo sottocutaneo perché conoscono già l’orrore che le raggiungerà.</p>
<p>Una volta in Italia sono discriminate e vittime di un sistema patriarcale, maschilista, spesso razzista e intollerante. Sono vittime di una società che ha pregiudizi e stereotipi su ogni aspetto che riguarda la loro vita (dai vestiti all’educazione dei figli) e di una società che non comprendono: non conoscono la lingua, non capiscono la burocrazia, le leggi e la cultura. Quando mamme, sono costrette a occuparsi 24 ore su 24 dei propri figli, senza pausa né riposo, a volte senza avere la possibilità di andare a scuola e soprattutto di trovare un lavoro, finché il miracolo dell’assegnazione di un asilo nido non ricade su di loro.</p>
<p>Poi imparano l’italiano, scoprono quali sono i loro diritti, trovano un lavoro e una casa, inseguono il loro obiettivo e costruiscono il loro sogno. Sono donne resilienti, sopravvissute a un viaggio al limite della vita e a un nuovo inizio in un altro “mondo”. Sono donne che esistono, resistono e vanno avanti, un valore aggiunto portato alla nostra società in termini di forza, di coraggio, creatività e conoscenza.</p>
<p>Per tutto questo dovremmo prendere esempio da queste donne, chiedere consiglio, ascoltare, discutere, creare e costruire. Senza dimenticarci di riconoscergli il tempo e lo spazio di ricomporsi.</p>
<p><a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/libere-di-migrare/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
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<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>La violenza dell&#8217;indifferenza</title>
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		<comments>https://www.associazionerising.eu/la-violenza-dellindifferenza/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 01:14:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra opinione]]></category>
		<category><![CDATA[donne migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Guerriero]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Elisa Guerriero Un antico proverbio degli indiani Sioux recita: “prima di giudicare una persona cammina tre lune nelle sue scarpe”. Non esiste immagine migliore per affrontare e comprendere il tema delle migrazioni. I&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><em>di Elisa Guerriero</em></p>
<p>Un antico proverbio degli indiani Sioux recita: <em>“prima di giudicare una persona cammina tre lune nelle sue scarpe”</em>. Non esiste immagine migliore per affrontare e comprendere il tema delle migrazioni. I dati statistici a livello internazionale ci testimoniano un mondo estremamente dinamico: milioni di persone in movimento che attraversano confini nazionali per i motivi più diversificati. C’è chi si sposta per pochi giorni e chi per sempre; chi scappa da guerre, chi dalla fame e chi semplicemente per affrontare nuove esperienze. Milioni di persone, milioni di storie e milioni di legami familiari. Non è possibile comprendere il mondo delle migrazioni senza assumere un atteggiamento <em>empatico</em>, provare a capire l’altro immaginandosi l’altro stesso, indossando le sue scarpe. La mera lettura di numeri e statistiche può facilmente farci sentire minacciati e “invasi”, se non si pensa che ognuno di quei numeri è in realtà una persona con una storia unica e troppo spesso disastrosa. Nessuno abbandona le proprie certezze senza una valida motivazione, ma soprattutto, solo la disperazione spinge le persone verso la speranza di una nuova opportunità di vita così piena di insicurezze.</p>
<p>Raramente i media ci raccontano cosa ha spinto una persona a partire e ancora più raramente ci viene raccontato quanto è atroce il viaggio che viene affrontato. Questo è vero in particolare per i migranti forzati. Dati UNHCR ci dicono che ogni secondo una persona è costretta a lasciare il proprio stato per scappare da guerre o persecuzioni, questo vuol dire che una volta letto quest’articolo saranno fuggite circa 240 persone.</p>
<p>Essere migrante comporta un cambiamento radicale nella propria vita, essere un migrante forzato aggiunge dolori fisici e psicologici ed essere donna aggrava ancor più questa condizione. Sì, perché per una donna la migrazione pone nuovi elementi di vulnerabilità. La maggior parte delle storie che vengono raccontate da donne migranti, provenienti da varie parti del mondo, hanno come comun denominatore dei vissuti di violenza. Non a caso la stessa legislazione internazionale ha riconosciuto la necessità di valutare le storie delle richiedenti asilo politico attraverso l’approccio <em>gender sensitive</em>. L’obiettivo è quello di analizzare gli elementi di connessione esistenti tra la storia di persecuzione e la violenza di genere come una fattispecie ad hoc per il riconoscimento dello status di rifugiata.</p>
<p>Quando la persecuzione è agita nei confronti di una donna la violenza passerà quasi certamente attraverso stupri, il fine è sempre lo stesso: annientare la persona che abbiamo di fronte infliggendo delle cicatrici più profonde. Il corpo e la psicologia vengono distrutte lentamente e brutalmente. Questo non avviene solo in relazione alla persecuzione nello stato di appartenenza, ma spesso durante tutte le tappe del viaggio. Quello stesso corpo violato diventerà merce di scambio e ancora oggetto di innumerevoli soprusi. Molto spesso queste donne sono madri che hanno visto torturare e morire i propri figli o comunque sono state costrette ad allontanarsi da loro nella speranza di riuscire a garantirgli un futuro migliore, anche se a distanza, anche a costo di perdere i momenti di vita insieme.</p>
<p>Ascoltare queste storie fa venire voglia di scappare. A volte è difficile pensare che chi abbia subito così tanta violenza e ingiustizie riesca ancora a vivere e abbia voglia di migliorare la propria esistenza. Ognuno/a di noi dovrebbe provare a immaginare che da domani non potrà più seguire le sorti del/lla proprio/a figlio/a; che la nostra confortevole casa si trasformerà in un posto letto in una camerata con altre decine di sconosciuti; che tutto di un colpo saremo circondati da persone che non comprendiamo e che spesso inveiscono contro di noi senza avere neanche troppo chiaro il perché. Indossare quelle scarpe ci farebbe sentire come possono fare male i piedi dopo tanto fuggire e probabilmente aiuterebbe a sentirci meno minacciati e più solidali. Capiremmo che anche l’indifferenza è a tutti gli effetti una forma di violenza, solo allora forse riusciremmo finalmente a comprendere e agire in modo tale da alleviare, anche se in minima parte, la vita di una persona.</p>
<p><a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/libere-di-migrare/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
<p>Scarica <a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/FateLeStregheMar2019-web.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">qui</a> il .pdf del numero di marzo 2019</p>
<hr />
<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Lettera aperta del CIPA per contrastare il clima di intolleranza e disumanità che si sta diffondendo nel nostro paese</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 01:14:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Giulia Nanni L’Associazione RISING ha sottoscritto la “Lettera aperta del CIPA”, Centro Italiano di Psicologia Analitica, e sceglie di pubblicizzarla poiché anche noi preoccupate per il clima d’intolleranza a cui assistiamo quotidianamente. L’intolleranza&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><em>di Giulia Nanni</em></p>
<p>L’Associazione RISING ha sottoscritto la “<a title="per contrastare il clima di intolleranza e disumanità" href="https://ciparoma.org/lettera-aperta-del-cipa-per-contrastare-il-clima-di-intolleranza-e-disumanita-che-si-sta-diffondendo-nel-nostro-paese/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">Lettera aperta del CIPA</a>”, Centro Italiano di Psicologia Analitica, e sceglie di pubblicizzarla poiché anche noi preoccupate per il clima d’intolleranza a cui assistiamo quotidianamente. L’intolleranza nei confronti del diverso e della diversa da sé è in evidente aumento a la conseguenza, del resto già in essere, si manifesta con una sempre maggiore riduzione dei diritti.<img class="  wp-image-2910 alignright" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2019/03/logo_q-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="LogoCipa" width="194" height="194" /></p>
<p>L’Appello – che trovate per intero cliccando il link sottostante – è frutto dell&#8217;altra Italia e si rivolge a lei. Quella che riconosce il valore della differenza, dell’accoglienza e dell’inclusione sociale. L’Italia che non accetta la strumentalizzazione delle vulnerabilità e crede fortemente nei diritti umani. Il Paese consapevole che un’altra narrazione, più giusta e arricchente per tutte e tutti, è possibile, se lo vogliamo davvero.</p>
<p><a title="per contrastare il clima di intolleranza e disumanità" href="https://ciparoma.org/lettera-aperta-del-cipa-per-contrastare-il-clima-di-intolleranza-e-disumanita-che-si-sta-diffondendo-nel-nostro-paese/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">https://ciparoma.org/lettera-aperta-del-cipa-per-contrastare-il-clima-di-intolleranza-e-disumanita-che-si-sta-diffondendo-nel-nostro-paese/?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p><a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/libere-di-migrare/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
<p>Scarica <a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/FateLeStregheMar2019-web.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">qui</a> il .pdf del numero di marzo 2019</p>
<hr />
<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Marwa che studia la vita</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 01:13:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Rise, woman!]]></category>
		<category><![CDATA[Barny Muheddin Hagi Bascir]]></category>
		<category><![CDATA[donne migranti]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
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		<category><![CDATA[migrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>intervista a cura di Barny Muheddin Hagi Bascir Marwa è una ragazza siro-palestinese di 19 anni e ha vissuto, nonostante la sua giovane età, le atrocità della guerra. La prima cosa che ti colpisce&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>intervista a cura di Barny Muheddin Hagi Bascir</em></p>
<p>Marwa è una ragazza siro-palestinese di 19 anni e ha vissuto, nonostante la sua giovane età, le atrocità della guerra. La prima cosa che ti colpisce di lei è il suo sguardo vivo, speranzoso, e la voglia di raccontarsi per dare voce e fisionomia alle tante persone che come lei chiamiamo distrattamente migranti. Ci incontriamo nella sede di <a title="Laboratorio 53" href="http://laboratorio53.it?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">Laboratorio53</a> e inizia la nostra intervista.</p>
<p><strong>Qual è il tuo paese d’origine? </strong></p>
<p>Sono nata a Damasco in Siria, dove ho vissuto fino all&#8217;età di 14 anni. I miei genitori hanno origini palestinesi.</p>
<p><strong>Quali</strong> <strong>sono le ragioni per cui hai deciso di lasciare la Siria?</strong></p>
<p>Siamo dovuti scappare a causa della guerra iniziata nel 2011; tra il 2014 e il 2015 sono arrivati nel nostro quartiere gli uomini dell&#8217;ISIS e la zona dove abitavamo è stata bombardata. Mio fratello è stato ferito gravemente, la nostra casa distrutta e non abbiamo potuto prendere neanche i documenti. In famiglia siamo sette, i miei genitori, io, due fratelli e una sorella, non sapevamo cosa fare, mio fratello è stato ricoverato all&#8217;ospedale e noi abbiamo trovato rifugio da una zia. Siamo rimasti lì due mesi ed è stato molto difficile. In questo periodo mio padre ha conosciuto l&#8217;uomo che ci ha portato fuori dalla Siria.</p>
<p><strong>Qual era la vostra meta?</strong></p>
<p>L’Europa; volevamo andare in Svezia, ma i soldi che ci avevano chiesto erano troppi e così siamo dovuti andare prima in Giordania per poi arrivare in Italia. Siamo partiti di notte da Damasco su un autobus ed è stato molto difficile, siamo rimasti nascosti per ore insieme a molti altri senza poter uscire, fino all’arrivo in Giordania. Siamo rimasti lì un anno e sei mesi, vivevamo in una stanza e mio padre lavorava in nero. Messi da parte i soldi, abbiamo ricontattato l&#8217;uomo che ci aveva fatto arrivare in Giordania e siamo ripartiti senza documenti per l&#8217;Italia.</p>
<p><strong>Come siete stati accolti?</strong></p>
<p>Le guardie sono state molto dure, non credevano fossimo siriani e continuavano a dirci che eravamo egiziani. Hanno diviso gli uomini dalle donne e ci hanno perquisito, bambini compresi, anche nelle zone più intime. Dopo aver preso le impronte digitali ci hanno lasciato dormire nella sala d’aspetto per due notti dandoci solo lo stretto necessario. Alla fine, ci hanno detto di prendere il treno per Roma per raggiungere un centro d&#8217;accoglienza e siamo partiti da soli. Arrivati alla stazione Termini, abbiamo però contattato il solito uomo dicendogli che volevamo arrivare in Svezia e siamo ripartiti. Arrivare in Svezia è stato facile, eravamo molto meno agitati di quando siamo partiti per l’Italia.</p>
<p><strong>Come</strong> <strong>è stato l&#8217;arrivo in Svezia?</strong></p>
<p>Siamo usciti dall&#8217;aeroporto senza nessun controllo e siamo andati dalla polizia per dire che eravamo arrivati. Ci hanno accolto bene e hanno fatto tutto il possibile per darci quello di cui avevamo bisogno. Dopo avergli raccontato la nostra storia ci hanno detto che avrebbero informato l&#8217;Italia, visto che era stato il primo paese d&#8217;arrivo in Europa e avrebbero chiesto se dovessimo tornare indietro o no. Poi ci hanno portato in un centro a Malmo, bello ed accogliente: lì c&#8217;erano molti arabi e ci siamo sentiti come a casa. Siamo rimasti lì due mesi, poi siamo stati trasferiti in campagna, quindi in una casa dove era più facile per mio fratello raggiungere l&#8217;ospedale e curarsi. Alla fine, è arrivata la risposta dall&#8217;Italia e siamo dovuti tornare.</p>
<p><strong>Come hai vissuto il rientro in Italia?</strong></p>
<p>Siamo tornati l&#8217;8 settembre 2017, ricordo bene la data, è stato difficile. L’accoglienza è stata peggiore della prima volta, siamo rimasti un giorno in aeroporto e poi ci hanno trasferito in un grande centro a Castelnuovo di Porto. Quando mia madre ha visto che la maggioranza degli ospiti erano maschi africani è svenuta ed è stata ricoverata. Il centro era sporco, c&#8217;erano topi e le stanze non avevano porte. Non è stato facile vivere là, soprattutto per me che sono una ragazza, gli uomini mi guardavano spesso e una volta un africano mi ha fatto un brutto segno perché voleva adescarmi. Mi sono molto arrabbiata, ho riferito questo agli operatori che ci hanno spostato in una stanza dove la nostra famiglia poteva stare più tranquilla. Dopo un paio di settimane ci hanno trasferiti in un centro di accoglienza a Fiumicino.</p>
<p><b>Come è</b><strong> stata questa nuova esperienza?</strong></p>
<p>Abbastanza buona: ho imparato la lingua conseguendo il livello A2 e ho cominciato ad aprirmi al mondo anche grazie all&#8217;aiuto di una psicologa che mi ha proposto di frequentare le iniziative della sua associazione, Laboratorio53. Conoscere nuove realtà è stato molto importante. Ho scoperto un nuovo mondo e visto le differenze tra il vostro modo di vivere e il nostro che seguiamo l’Islam. Ho dovuto trovare un equilibrio tra quello che diceva la mia famiglia e la vita di oggi: per esempio non potevo uscire da sola e, quando sono stata selezionata per un&#8217;esperienza di volontariato, mio padre ha accettato di mandarmi solo se accompagnata da mio fratello. Per fortuna questa cosa è cambiata e ora frequento i corsi da sola: frequento classi miste, sono contenta, mi sento più libera.</p>
<p><b>Come</b><strong> è la tua vita oggi?</strong></p>
<p>Siamo stati riconosciuti come rifugiati e ora viviamo a Ostia, in una casa che non ci è stata assegnata come promesso, ma che riusciamo a pagare grazie al lavoro di mia madre e dei miei fratelli. Mio padre non ha ancora trovato un lavoro. Non è facile vivere in un paese straniero: oltre le difficoltà linguistiche, le persone hanno delle idee su di te. Per esempio, io e mia madre portavamo il velo e le persone ci guardavano in modo strano comportandosi diversamente con noi, questo non ci piaceva e così abbiamo deciso di toglierlo. Sto frequentando due scuole, una per prendere la terza media e l&#8217;altra per imparare meglio l&#8217;italiano. A volte mi sento stanca perché oltre la scuola devo aiutare i miei. Li aiuto in casa e svolgo dei compiti da vera capofamiglia, visto che sono quella che parla meglio l&#8217;italiano. Sono felice di poterli aiutare e poi credo che tutta questa esperienza mi sarà utile nel futuro.</p>
<p><strong>Come vedi il tuo futuro?</strong></p>
<p>È difficile vederlo. Questa vita è nuova e la sto studiando. Farò sicuramente il liceo, vorrei fare la hostess, viaggiare e conoscere il mondo. Mi piacerebbe fare volontariato in Palestina e Siria. Sono contenta come donna di avere qui forse più possibilità, di poter decidere della mia vita e di fare esperienze nuove e ringrazio Dio per aver incontrato molte persone buone, non faccio caso alle persone che pensano male di noi. Voglio impegnarmi per avere un buon futuro.</p>
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		<title>Roxanne: sostegno e reinserimento delle sopravvissute alla tratta</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 01:13:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Daniela Moretti]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Daniela Moretti, Servizio Roxanne Quando si parla di violenza sulle donne la mente va automaticamente alle tante donne che ogni giorno perdono la vita o portano su di sé e con sé i&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Daniela Moretti, Servizio Roxanne</em></p>
<p>Quando si parla di violenza sulle donne la mente va automaticamente alle tante donne che ogni giorno perdono la vita o portano su di sé e con sé i segni indelebili della violenza subita dai propri compagni. Molti sono però i punti di contatto tra questa violenza e quella che subiscono le donne che vivono sulle strade delle nostre città, per lo più immigrate, costrette quotidianamente a vendere il proprio corpo. Roma Capitale ha attivato dal 1999 un <em>“Programma integrato di interventi sulla Prostituzione” </em>finalizzato alla<em> “conoscenza del fenomeno, alla riduzione del danno, a un’azione di contrasto alla prostituzione coatta, a un’azione di sostegno sociale, di prevenzione e di informazione sanitaria<strong>”. </strong></em>La realizzazione del programma è stata affidata al Dipartimento Politiche Sociali &#8211; <em>Servizio Roxanne.</em> Sono stati attivati interventi di contatto in strada, uno sportello di orientamento, due case di fuga, e successivi programmi di semi autonomia. Possiamo dire che in questi 20 anni di attività il Servizio Roxanne ha accolto in programmi di protezione e inclusione 611 donne, di cui il 70% ha portato a termine il programma con una permanenza media nel programma di tre anni. Nel restante 30% troviamo un 15% di abbandoni con presumibile ritorno in strada, un 10% di richiedenti asilo rientrate nel sistema di accoglienza per i richiedenti asilo e un 5% di rimpatri assistiti attraverso Organizzazioni Internazionali. Negli ultimi anni le donne seguite e accolte sono in prevalenza Nigeriane, provenienti dallo Stato di Edo, sempre più giovani, poco o nulla scolarizzate, provenienti da zone molto povere, fortemente traumatizzate da storie personali difficili già nella terra di origine e aggravate dalle violenze e torture subite durante il viaggio, con una grande necessità di mandare soldi a casa e fortemente preoccupate per le famiglie. La violenza che viene esercitata nei loro confronti dai trafficanti e dalle forze di polizia che controllano le frontiere compromette profondamente la loro autostima e la fiducia nell’altro, in particolare quello con gli uomini in divisa e le rende impotenti e completamente dipendenti dai trafficanti e dagli sfruttatori oltre che dagli uomini che incontreranno lungo le nostre strade. Il patto contratto con i trafficanti è quasi sempre suggellato attraverso un rito magico – juju o vudu – durante il quale la ragazza promette di restituire il debito, di non andare alla polizia, di non creare problemi alla “madame”. Le minacce e le ritorsioni verso loro stesse e verso le famiglie, soprattutto genitori, fratelli piccoli o figli, se il patto non è rispettato, fuggendo e chiedendo aiuto, sono fortissime e molto spesso sono le stesse famiglie che cercano il contatto con le ragazze per convincerle a rispettare il patto e tornare dalla “madame”. Il reinserimento di queste ragazze è un percorso molto delicato e lungo, costellato da momenti di grande difficoltà psicologica, dovuti alle ferite profonde che le ragazze portano dentro, alla rabbia accumulata per le violenze subite e all’educazione avuta, profondamente diversa da quella dello stato che le ospita, che spesso è vissuto come una prigione che impedisce loro di costruirsi un futuro. Non comprendono il concetto di minore età e che se minori c’è un adulto – tutore – e un magistrato che dice loro cosa possono o non possono fare, quando fino al giorno prima hanno affrontato da sole il mondo e al loro paese sono considerate donne adulte che possono gestire una famiglia. Sono adolescenti ma anche adulte cresciute in fretta per effetto del dolore provato e delle tante difficoltà affrontate e sopportate, durante il viaggio, in totale solitudine con la speranza di una vita migliore, che si legano con facilità alle persone che incontrano, ma che non instaurano legami profondi. Hanno grandissima difficoltà ad apprendere la lingua italiana e le abitudini, soprattutto quelle alimentari, perché provengono da una cultura diversa ma anche perché la lingua come il cibo sono quelle degli uomini che le hanno abusate. Sono ragazze che si fanno spesso la doccia per rimuovere l’odore dell’uomo bianco che le ha toccate e rimuovendo l’odore rimuovono il ricordo di quello che hanno vissuto.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Daniela Moretti, Assistente Sociale presso il Comune di Roma Capitale, è Responsabile del Servizio Roxanne presso la Direzione Servizi alla Persona del Dipartimento Politiche Sociali. Ha lavorato presso strutture sanitarie private e in Servizi pubblici, acquisendo competenze in programmazione, progettazione, gestione e controllo di servizi.</p>
<p>Il <a title="Servizio Roxanne" href="https://www.comune.roma.it/pcr/it/servizio_roxanne.page?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">Servizio &#8220;Roxanne&#8221;</a> del Dipartimento Politiche Sociali &#8211; Comune di Roma, offre prevenzione e consulenza a tutti i soggetti presenti su strada (donne, uomini, trans) e sostegno e reinserimento delle persone sopravvissute alla tratta.</p>
<p>email: <a href="mailto:%20s.roxanne@comune.roma.it">s.roxanne@comune.roma.it</a></p>
<p>Tel. 06 77072404</p>
<p>Numero verde nazionale contro la tratta: 800 290 290</p>
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		<title>Parole d’ordine: condivisione, conoscenza, trasversalità e irriverenza</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 01:12:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Anna Brambilla</em></p>
<p>“<em>I miei parenti volevano a tutti i costi che diventassi musulmana, ma io ho un altro desiderio: voglio essere cristiana, mi piace cantare i gospel in chiesa. Loro lo volevano a tutti i costi, così sono scappata da casa senza salutare nessuno” (Lilian – Nigeria)</em></p>
<p><em> </em>Non so se Lilian abbia realizzato il suo desiderio. La sua testimonianza mi arriva dalle pagine del libro “Erano come due notti” di Else edizioni. Raramente i sogni e i desideri trovano spazio nelle storie delle donne migranti che ascolto come avvocata. Domando, approfondisco, cerco di trovare soluzioni. Raccolgo dolori, qualche volta speranze, quasi sempre bisogni concreti: un permesso di soggiorno, un luogo dove stare, un lavoro per poter vivere. Solo nei luoghi di transito, dove è la volontà delle persone che si incontrano è quella di non fermarsi in Italia, il tempo e lo spazio della relazione ti consentono di chiedere altro: dove vuoi andare? Chi vuoi raggiungere? Cosa vuoi fare?</p>
<p>Se il rapporto con le istituzioni è caratterizzato da tensioni continue, alimentate non tanto e non solo da scontri diretti ma da mediazioni estenuanti, in cui razzismo, ignoranza, stanchezza, assenza di risorse si mescolano indissolubilmente, la relazione con le donne migranti rischia in molti casi di essere schiacciata dalle violenze e dalle disparità che le stesse sono costrette a subire. Ogni donna ha nella sua storia una parte di indicibile. Qualcuna lo rivela dagli occhi, da un leggero movimento del capo, qualcun&#8217;altra lo afferma verbalmente. Il viaggio, il mare, nessuna donna dovrebbe mai farlo.</p>
<p>Il rapporto tra l&#8217;avvocata e la parte assistita è carico di aspettative reciproche. Trovare un punto di equilibrio è fondamentale. Il confronto tra donne consente di stabilire maggiormente una relazione empatica. Non significa avere compassione o avere la presunzione di poter veramente mettersi nei panni dell&#8217;altra ma si hanno maggiori possibilità di trovare un appiglio, un dettaglio, un momento di confidenza intima che poi consente di svolgere il proprio lavoro. <em>Step by step</em>. Passo dopo passo.</p>
<p>In questo contesto, senza prescindere da ruoli, storie e percorsi, appare importante riorganizzare il pensiero e le modalità di azione seguendo alcune pratiche e “parole d&#8217;ordine” che appaiono essere più facilmente realizzabili partendo proprio dalla relazione tra donne. Condivisione, conoscenza, trasversalità e forse anche un po&#8217; di irriverenza.</p>
<p>La condivisione crea capacità di comprensione. Condividere con le donne con cui ci si rapporta uno spazio accogliente, un “fare insieme” porta la relazione su un piano di parità che raramente si raggiunge solo attraverso il confronto verbale, soprattutto se questo confronto avviene su questioni legali. Cucinare insieme o anche solo condividere un pranzo può significare molto, consente di sospendere aspettative, giudizi e fatiche. Se il tempo non fosse sempre tanto tiranno sarebbe bello potrebbe tornare tra donne al momento del gioco. Sedersi per terra, disegnare, sovvertire le regole e tornare ad essere tutte un po&#8217; bambine.</p>
<p>Conoscere il mondo dell&#8217;altra persona, se non con il viaggio almeno attraverso la letteratura, consente di evitare la continua negativizzazione dello stesso a cui siamo costretti per affermare il bisogno di protezione di migranti forzati, richiedenti protezione internazionale, donne e uomini vittime di tratta. Sopravvissute e sopravvissuti. La lettura un libro può offrire spunti di relazione inaspettati anche grazie di utilizzo di parole intraducibili che fanno da ponte tra una realtà. Un motorino può diventare un “okada”, la parola “gaboye” può aprire un mondo prima inaccessibile.</p>
<p>In questa situazione caratterizzata da un continuo deterioramento culturale e politico della società appare inoltre urgente rafforzare legami e riappropriarsi di uno sguardo trasversale capace di abbracciare non un&#8217;unica categoria di soggetti bensì i diritti e i bisogni propri di persone differenti. L&#8217;essere donne, l&#8217;essere madri. Avere bisogno e diritto ad un luogo in cui vivere, in cui poter esistere senza avere continuamente la necessità di fuggire o di proteggersi. Non più campi, luoghi in cui protezione e assistenza si sovrappongono pericolosamente ma luoghi in cui esistono regole da rispettare ma anche spazi di riconoscimento dell&#8217;altrui autonomia e delle capacità di ognuna.</p>
<p>La libertà è una lotta costante, è il titolo di un libro di Angela Davis. Un mantra da ripetere. Senza però prendersi troppo sul serio ne dare nulla per scontato. Per questo serve l&#8217;irriverenza, intesa anche come capacità di contrapporsi al potere, di sminuirne la forza repressiva attraverso un atto impertinente. Una risata vi seppellirà. Un altro mantra da ripetere. Un&#8217;immagine a cui aggrapparsi nei momenti di maggiore smarrimento.</p>
<p>Chiudo questa riflessione pensando che tra qualche settimana parteciperò alla mia prima “celebration”. Una piccola festa in cui T. e C., due donne nigeriane accolte in un progetto anti-tratta, festeggeranno il rilascio del permesso di soggiorno per asilo politico. Lo status di rifugiato. Il riconoscimento formale del loro essere state vittima di persecuzioni e violenze poste in essere in quanto donne provenienti da un determinato Paese. Dopo tanti incontri fatti di parole e di luoghi, non solo fisici, prevalentemente “nostri”, mi immergerò assieme ad altre colleghe in un momento “loro”. Sarà un bel momento per chiudere una parentesi e aprire la strada ad altro. Se poi il mondo che loro vorranno sarà diverso da quello che voglio io, se ci perderemo di vista o se incontreremo ancora come “avvocata” e “parte assistita” questo poco importa. Avremmo celebrato insieme un momento magico.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Anna Brambilla è nata a Milano e, dopo una parentesi romana, ora vive in Toscana. Dal 2001 si occupa di immigrazione, attraverso attività di tutela legale, ricerca, formazione e monitoraggio. E&#8217; socia dell&#8217;<a title="ASGI" href="https://www.asgi.it/?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">ASGI</a>, Associazione per gli Studi Giuridici sull&#8217;Immigrazione. Quando può si occupa di piante, colori e attività laboratoriali per bambini e genitori.</p>
<p><a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/libere-di-migrare/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
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		<title>Scritte d&#8217;odio su web</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 01:12:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Zdenka Rocco Cara @m***, hai scelto di veicolare con un post pubblicato su un tuo profilo social il tuo pensiero politico di tolleranza e accoglienza. Scrivevi dell’importanza di aprire i porti italiani alle&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Zdenka Rocco</em></p>
<p><img class="  wp-image-2899 alignleft" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2019/03/WritingRising-mod2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="writingrising-mod2" width="460" height="549" />Cara @m***, hai scelto di veicolare con un post pubblicato su un tuo profilo social il tuo pensiero politico di tolleranza e accoglienza. Scrivevi dell’importanza di aprire i porti italiani alle persone migranti, a quanti richiedono il nostro aiuto, con l’unica colpa di sperare e sognare il futuro. Un maschio ti ha risposto.</p>
<p>Non entreremo nel merito dei messaggi ripugnanti pubblicati da questo tuo denigratore. Si leggono e si commentano da soli, intrisi come sono di volgarità e violenza. Messaggi di un uomo triviale e razzista che sceglie di attaccare le tue opinioni politiche progressiste colpendo te per il colore scuro della tua pelle italiana. Rimasticando tutto un repertorio &#8211; nemmeno originale &#8211; di insulti razzisti e xenofobi.</p>
<p>Scegliamo di concentrarci sul mezzo scelto dall&#8217;uomo: una teoria di messaggi rigurgitati su un profilo social. Secondo modalità sempre più comuni e diffuse che vedono, nella produzione seriale di messaggi, l&#8217;assenza di un contraddittorio, l&#8217;attacco personale. L’Incapacità, il rifiuto del confronto, del dialogo. Perché presupposto del dialogo è il riconoscimento di uguale dignità dell’interlocutore. Invece la scelta di veicolare il proprio messaggio a relazioni virtuali, relazioni in cui manca la conoscenza diretta dell’altro, favorisce l’arrogarsi del diritto di poter dire qualsiasi cosa, senza curarsi delle conseguenze per sé e per gli altri. E quando l’altro è donna, principale bersaglio delle scritte d’odio che investono il web, al razzismo si aggiunge l’insulto che si fa sessista.<img class="alignnone size-full wp-image-2898 aligncenter" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2019/03/WritingRising-mod.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="writingrising-mod" width="622" height="213" /></p>
<p><a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/libere-di-migrare/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
<p>Scarica <a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/FateLeStregheMar2019-web.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">qui</a> il .pdf del numero di marzo 2019</p>
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<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Costrizione e resilienza</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 01:11:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La pulce]]></category>
		<category><![CDATA[donne migranti]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Simone de Simone]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Simone de Simone Costrizione e resilienza credo siano le parole e i concetti che meglio esprimano quanto la figura della donna migrante forzata ci possa restituire. È ciò che mi suggerisce intuitivamente l’esperienza&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Simone de Simone</em></p>
<p>Costrizione e resilienza credo siano le parole e i concetti che meglio esprimano quanto la figura della donna migrante forzata ci possa restituire. È ciò che mi suggerisce intuitivamente l’esperienza di lavoro sul campo con donne e uomini migranti forzati incontrati in questi anni.</p>
<p>Le donne appunto: Mhret, Sunday, Suraya, nomi e provenienze diverse che ci raccontano storie di vita e di migrazione differenti. Tutte però segnate da tratti comuni che ne hanno determinato il destino migratorio caratterizzato da violenza e costrizione.</p>
<p>Si parte per fuggire da violenza domestica, da abusi, da allontanamenti dalle famiglie o dai gruppi di appartenenza, da matrimoni forzati, da pratiche come l’infibulazione, intrappolate dalle reti di sfruttatori. In tutti i casi il corpo delle donne è il luogo fisico e simbolico per agire la violenza della sopraffazione e dell’annientamento raffigurativo dell’Altro. In ogni biografia la drammaticità della violenza che le pervade è caratterizzata dalla manipolazione fisica e simbolica del corpo della donna. Questo diviene terreno di incontro e scontro di una mappa che definisce il territorio in cui si inscrivono le sofferenze fisiche e psicologiche come risultato di interessi e visioni del mondo a livello di lignaggio, di affiliazione, di fede, a carattere locale, nazionale e transnazionale. Gli agenti della violenza sono trasversali alle frontiere, alle credenze, alle appartenenze etniche o politiche, alla pigmentazione della pelle e alla lingua.</p>
<p>Ma c’è anche un altro fondamentale elemento che emerge dalla figura della donna migrante, cioè la straordinaria capacità di resilienza che è possibile leggere nelle loro biografie. Le donne che giungono alle nostre frontiere mostrano comunque una incredibile capacità di costruzione di un percorso di vita che, meno spesso che negli uomini, sfocia nella maturazione di disturbi psichici e sempre prevede la cura e l’accudimento di figli che rappresentano, in moltissimi casi, la trasformazione di un atto di violenza o sottomissione in una proiezione verso un futuro diverso.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Simone de Simone, antropologo e operatore sociale, lavora con i migranti forzati e gli adulti in marginalità estrema. E&#8217; papà di due piccole donne.</p>
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		<title>Sicurezza e immigrazione: donne che resistono</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 01:11:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus]]></category>
		<category><![CDATA[donne migranti]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Maraone]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Giulia Maraone Le recenti politiche sul tema dell’immigrazione mettono in luce la volontà di perpetrare con maggiore forza ideologie che tentano di inseguire quello che viene storicamente definito controllo sociale. Numerosi gli autori&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><em>di Giulia Maraone</em></p>
<p>Le recenti politiche sul tema dell’immigrazione mettono in luce la volontà di perpetrare con maggiore forza ideologie che tentano di inseguire quello che viene storicamente definito <em>controllo sociale</em>. Numerosi gli autori e le autrici che hanno nel tempo teorizzato a riguardo e analizzato eterogenee sfaccettature presupponendo tesi divergenti.  Assumiamo quindi come focus la stretta correlazione tra controllo sociale e discriminazione istituzionale, connessione che maggiormente rispecchia il clima socio-politico e culturale che innanzi ci appare. Ben note alle donne e ai movimenti femministi le teorie e le pratiche che ne sono a fondamento.</p>
<p>Con discriminazione istituzionale si intendono, dunque, tutte quelle procedure amministrative la cui applicazione produce e acuisce condizioni di evidente disuguaglianza sociale per alcune categorie di cittadini/e, in genere appartenenti a gruppi svantaggiati. Con tali premesse, esemplificativi appaiono i fenomeni migratori e in particolare le cosiddette migrazioni forzate. Le recenti statistiche (Fondazione ISMU, aggiornamento dati 5-11-18) indicano che sono state 130mila le richieste di asilo presentate nel 2017 in Italia, oltre 21mila, il 16% circa del totale, erano donne.</p>
<p>Una di queste donne si chiama si chiama Anilda, è nata a Gomsiqe, un minuscolo villaggio dell’Albania. È partita per sfuggire alla disperazione, è una storia di umiliazioni e deprivazione la sua, una storia di voglia di riscatto e affermazione, una storia di coraggio e autodeterminazione. La decisione è stata difficile, l’incertezza e le paure erano tante, ma è stata inevitabile. Il viaggio con mezzi, per così dire, di fortuna è stato lungo e difficoltoso ma è arrivata.  Finora la strada di Anilda è stata lunga ma ha trovato “un posto sicuro” che potesse guidarla nel rimettere insieme frammenti di vita e ripartire. In Italia ogni giorno nuovi traguardi, ogni giorno delle opportunità afferrate, qualche giorno la paura e il pianto. Anilda ha un permesso di soggiorno per motivi umanitari, le scadrà tra qualche mese. Il suo futuro è incerto.</p>
<p>Il decreto legge 132/2018, nello smantellare il Testo Unico sull&#8217;Immigrazione, all&#8217;art.1 abolisce il permesso di soggiorno per motivi umanitari, convertibile in lavoro subordinato o rinnovabile alla scadenza in protezione speciale, della durata di un anno e non più convertibile. La titolarità precedentemente acquisita nega il diritto all&#8217;iscrizione anagrafica, consolidatasi ormai da decenni come la principale porta d&#8217;accesso per l&#8217;esigibilità dei diritti di cittadinanza e tutela. Di fatto nega la possibilità per i cittadini e le cittadine migranti di intraprendere e proseguire dei percorsi di <em>empowerment</em> concreti e praticabili, impoverendo drasticamente il range di opportunità per l&#8217;inclusione sul territorio e creando nuovi e nuove invisibili abitanti dei non-luoghi della società.  Quando razzismo e sessismo si confermano istituzionalizzati, agire diviene irrinunciabile.</p>
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<hr />
<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Cloaks</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 01:10:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La vignetta]]></category>
		<category><![CDATA[donne migranti]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[Mara Becchetti]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Mara Becchetti Mara Becchetti è un’illustratrice romana trentacinquenne. Ha una formazione da architetto ma ha scelto molto presto di cambiare direzione, lavora infatti in ambito pubblicitario da quasi 10 anni e negli ultimi&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><em>di Mara Becchetti</em></p>
<p><a href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/CloacksWeb.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-0" title=""><img class="alignnone size-medium wp-image-2978" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/CloacksWeb-300x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="cloacksweb" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Mara Becchetti è un’illustratrice romana trentacinquenne. Ha una formazione da architetto ma ha scelto molto presto di cambiare direzione, lavora infatti in ambito pubblicitario da quasi 10 anni e negli ultimi 4 si è avvicinata a quello editoriale, pubblicando con Fanucci, Sinnos e Ultra.</p>
<p>A parte rari casi, le sue opere sono interamente digitali, a volte vettoriali e molto grafiche, tuttavia, si esprime al meglio tramite immagini raster che riproducono la tipica texture del disegno a matita.</p>
<p><a title="Mara Becchetti" href="www.marabecchetti.com?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">www.marabecchetti.com?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p><a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/libere-di-migrare/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
<p>Scarica <a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/FateLeStregheMar2019-web.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">qui</a> il .pdf del numero di marzo 2019</p>
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<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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