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	<title>Associazione Rising &#187; FATE le STREGHE</title>
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		<title>Mondiali Femminili di Calcio 2019: come un evento di costume è diventato un fenomeno socioculturale e sportivo di primo piano</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 19:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
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<p><em>di Carmen Genovese</em></p>
<p>Con la gara inaugurale al Parco dei Principi di Parigi tra Francia e Corea del Sud, vinta dalle padrone di casa con un netto 4 a 0, ha preso il via il Campionato Mondiale femminile di calcio. Un Mondiale diverso dai precedenti, per forma e sostanza, anche grazie alla presenza di un’ottima copertura mediatica e sociale che l’ha reso finalmente fruibile al grande pubblico, avvicinandolo specialmente in Italia, anche ai più scettici.</p>
<p>La prima edizione ufficiale è datata 1991, in Cina, ma dobbiamo aspettare l’edizione Statunitense del 1999 per vedere un evento di portata internazionale e con un bacino d’utenza sia fisica che mediatica importante. In quell’occasione tutte le partite furono trasmesse in televisione garantendo nei soli stati americani circa 40 milioni di spettatori, gli stadi si riempirono e ancora oggi la finale tra Stati Uniti e Cina, vinta dalle americane solo dopo i calci di rigore, detiene il bel primato di oltre 90 mila spettatori presenti al Rose Bowl di Pasadena.</p>
<p>Il Mondiale è già in realtà alla sua ottava edizione ma, mai come in questa occasione, sta donando nuova linfa vitale a un movimento a cui troppo spesso non è stata data la possibilità di crescere. Il cambiamento verso un calcio più universale e universalmente condiviso non è avvenuto in modo repentino, tutt’altro. Anni di battaglie sociali e culturali hanno caratterizzato in tutto il mondo la crescita di un movimento che ha conquistato con sangue e sudore il diritto di essere annoverato, quanto meno nelle competizioni internazionali più importanti, alla stregua di quello maschile, passando negli anni da secondario fenomeno di costume contornato da sfottò e luoghi comuni, ad evento socio cultuale e sportivo di primo piano.</p>
<p>È solo da questo Mondiale che davvero si parla di rivoluzione sportiva, di conquiste, di diritti inseguiti per decenni e ancora non raggiunti. Diritti che nel 2019 sembrano banali, quasi scontati, sono stati negli anni il campo di battaglia di calciatrici o semplici appassionati che hanno investito, il più delle volte gratuitamente, tempo e denaro per vedere piccoli e lenti progressi in un mondo che, innegabile dirlo, è maschilista e misogino. È bello vedere ora come l’Italia si sia svegliata progressista in campo sportivo. Per far sì che queste piccole conquiste portino a qualcosa di concreto bisognerà tenere alta l’attenzione: perché se la visibilità mediatica è la cosa più evidente che questo Mondiale ci sta restituendo, le problematiche sono e devono essere altre.</p>
<p>Pensiamo agli stipendi dei calciatori professionisti che non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelli delle colleghe. E poi gli stadi, le infrastrutture, la copertura mediatica, sono tante le cose da dover e poter migliorare. In Italia una tappa fondamentale è stata raggiunta con il passaggio nel 2018 della divisione femminile sotto la giurisdizione della FIGC. Questa ha sancito l’obbligatorietà per le squadre professionistiche maschili di serie A e B di avere anche una squadra femminile. Ciò ha portato quindi numerose società importanti, che prima non avevano mai investito in questo settore, a dotarsi di un’omonima squadra femminile; basti pensare alla Juventus e al Milan solo per citarne alcune.</p>
<p>Ma la strada è ancora lunga, i pregiudizi tanti e i paragoni inappropriati non cessano di esistere nemmeno in questo Mondiale, dove la presenza massiccia dei social continua a mostrare fenomeni di discriminazione e ignoranza sportiva.</p>
<p>La domanda più frequente e meno offensiva è: possiamo paragonare il calcio femminile a quello maschile? La risposta è no. La nostra conformazione fisica è diversa, e questo basterebbe a spiegare perché fare un paragone sarebbe sciocco e riduttivo, ma grazie a questo Mondiale si potrebbe imparare a guardare questo sport in un modo diverso, a seguire le cose da un&#8217;altra prospettiva, ad ampliare i nostri orizzonti calcistici ma soprattutto potrebbe essere il trampolino di lancio per migliaia di bambine e ragazze a cui per troppo tempo sono state tappate le ali. Bambine e ragazze che amano questo sport e che ora possono sognare di indossare la maglia della loro squadra del cuore con incisi sulla schiena non per forza i nomi di Ronaldo, Icardi o Mertens ma magari delle varie Girelli, Sabatino, Bonansea.</p>
<p>È una speranza, è una rivoluzione che può e deve avvenire. Una rivoluzione fatta di sogni, perché lo sport è passione e le passioni non vivono di vittorie e sconfitte. Le passioni vivono solo di sogni.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Carmen Genovese, 33 anni, grande appassionata di sport e di calcio, fino allo scorso anno giocatrice non professionista, come tutte le atlete d&#8217;Italia.</p>
<p><a title="Fate le STREGHE, numero 10" href="http://www.associazionerising.eu/rising-sport/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
<hr />
<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Intervista a Maria Iole Volpi, calciatrice e allenatrice</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 19:00:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Federica Buffa</em></p>
<p><strong>Maria Iole Volpi, com&#8217;è allenare una squadra femminile di calcio? Pensi ci siano delle differenze rispetto a una maschile?</strong></p>
<p>Ho deciso di allenare squadre femminili perché rappresentano il mondo che ho scelto ed è la cosa più naturale che io possa fare. Sono cresciuta in un contesto calcistico femminile mi trovo a mio agio e capisco molte dinamiche che magari nel mondo maschile non conosco. Per me allenare nel calcio significa allenare nello sport, non ci sono differenze tra maschi e femmine. Forse è il mio modo di essere donna che incide diversamente sulle ragazze che alleno. Parlo ad esempio del livello di emotività e di carattere.</p>
<p><strong>Parlando di fisicità e tecnica, pensi ci siano delle differenze?</strong></p>
<p>Sì, ma non significa che le donne valgano meno degli uomini in questo sport. Secondo me le donne sono più tecniche e intelligenti, e questa cosa ci tengo a sottolinearla. Ci sono delle differenze fisiche proprio per una questione biologica. Per questo la donna cura molto di più l’aspetto tecnico. Questa tecnica negli uomini si vede meno, sono molto più fisici nel gioco. Poi chiaramente se parliamo di alti livelli come la serie A, c’è una componente tecnica maggiore.</p>
<p><strong>Da calciatrice hai incontrato ostacoli o difficoltà? È cambiato qualcosa nel mondo del calcio per le donne?</strong></p>
<p>L’ostacolo più grande è stato la “non conoscenza”. Vivevo a Rieti, amavo il calcio e non sapevo della possibilità di giocare in una squadra femminile, oppure di poter giocare in una squadra maschile. Credo che sia ancora un problema attuale. C’è un episodio che mi ha colpito tantissimo. A tredici anni ero in aeroporto con mia madre e vidi la nazionale femminile di calcio. Vedendole sono corsa da mia madre a dirglielo, poi sono andata da loro facendo una domanda che poi nel corso degli anni è stata fatta anche a me “Voi giocate a calcio? È una squadra femminile?”. Poi due anni dopo con alcune ci ho giocato insieme. Mi ritengo molto fortunata perché ho avuto una famiglia alle spalle che mi ha sostenuta portandomi ogni volta agli allenamenti da Rieti a Roma. Non tutte hanno questa fortuna.</p>
<p><strong>Secondo te una bambina che oggi vuole giocare a calcio può incontrare degli ostacoli, dato che il calcio è visto soprattutto come uno sport maschile?</strong></p>
<p>La situazione è migliorata. Ho conosciuto tanti genitori che non volevano che le figlie giocassero per vari motivi, come la paura delle gambe storte o che le bambine potessero diventare “maschiacci”. Io ho sempre risposto di farle provare e questi stessi genitori oggi mi ringraziano. Purtroppo, siamo almeno quindici anni indietro rispetto ad altri paesi europei. Negli ultimi quattro anni c’è stata una svolta, soprattutto grazie alla UEFA che ha dato alcune imposizioni, facendo leva sulle società professioniste che sono state obbligate a creare il settore femminile. Stiamo già cambiando qualcosa mettendo in pratica quello che facciamo ogni giorno, dando a molte bambine la possibilità di giocare.</p>
<p><strong>Come vedi questa partecipazione ai Mondiali femminili, pensi che stia veramente cambiando qualcosa?</strong></p>
<p>L’esclusione dai Mondiali della squadra maschile ha influenzato un po’ la questione. Penso che il destino abbia dato la possibilità di accendere i riflettori sulle squadre femminili perché ad oggi i media e le televisioni ne parlano. La qualificazione ai Mondiali non è stata un caso perché finalmente a guidare la nazionale femminile c’è una donna competente, Milena Bertolini. Sono anni che vive il calcio femminile, è una persona che ha un’esperienza reale. Prima sono sempre stati incaricati allenatori uomini. Finalmente le ragazze hanno la possibilità di fare le atlete a 360 gradi. Siamo ancora lontane dagli standard degli uomini, chiediamo solo la possibilità di poter scegliere di fare questo, di giocare a calcio e di poterlo fare bene. Ci sono state atlete che potevano portare avanti la nostra nazionale e nel passato non hanno potuto farlo perché hanno dovuto scegliere tra calcio e lavoro.</p>
<p><strong>Nel mondo delle squadre maschili del calcio girano molti soldi, pensi che l’aspetto economico penalizzi quelle femminili? </strong></p>
<p>Secondo me la nostra cultura dipende dalle televisioni, è chiaro che sia diventato tutto un discorso di soldi. La mia speranza è che entrino soldi nel calcio femminile, però senza perdere la pura passione e l’autenticità che ci ha sempre contraddistinte. L’importante è non dimenticare tutto quello che è stato fatto per arrivare dove siamo ora. Da giocatrice ho fatto delle scelte perché legata ad un progetto. Sono rimasta alla Roma femminile anche quando questa dalla serie A è retrocessa in B, ha poi rinunciato al titolo di B e ha ricominciato dalla serie C. Nella scuola calcio dove alleno ora, all’inizio le bambine erano veramente poche, stavamo per mollare. Ma piano piano la situazione è migliorata. Bisogna crederci, fare bene le cose e farle con le persone giuste che ti rispettano.</p>
<p><strong>Secondo te cosa si potrebbe ancora fare per far crescere le squadre femminili di calcio, tenendo conto anche degli ultimi episodi di cronaca molto discriminatori nei confronti delle donne?</strong></p>
<p>Il problema non è il calcio femminile, ma la mentalità e la cultura. Certi episodi non vanno puniti e sanzionati a livello sportivo, ma in generale. Si potrebbero utilizzare per far risaltare quanto ancora c’è da cambiare. Sono ottimista di natura, credo sempre che le cose possano cambiare e stanno cambiando.</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Maria Iole Volpi è calciatrice e attuale allenatrice di una squadra femminile appartenente a società di serie A. Gioca dall&#8217;età di 15 anni e nella sua carriera è stata tesserata nella S.S. Lazio e nell’ A.S. Roma. Attualmente gioca con la squadra femminile dell’Atletico San Lorenzo, allena la squadra femminile Liberi Nantes ed è la referente territoriale della squadra “Insuperabili”, scuola calcio per disabili.</p>
<p><a title="Fate le STREGHE, numero 10" href="http://www.associazionerising.eu/rising-sport/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
<hr />
<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Donne e sport: libere di giocare</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 18:59:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Daniela Marcuccio</em></p>
<p><em>“Mentre corri…alza lo sguardo e guardami, sorridimi, salutami, ché non ti sono rivale ma sorella, e quando corro al sole con la fronte madida di sudore o nel buio di un’alba non ancora nata lo faccio per me, per sentirmi bene percorrendo pensieri leggeri come piume o profondi come pozzi accompagnata dal rumore dei miei passi come il battito di un cuore”. </em>Questo è l’incoraggiamento dedicato a ogni donna che si avvicini al podismo amatoriale, una competizione quotidiana con sé stesse, utile percorso di “empowerment”, al pari di ogni altra attività sportiva, che sia agonistica e non. Il running su strada, o comunque outdoor, è sempre più diffuso, per fortuna! Sport a portata di ogni tasca, anzi certamente quello meno dispendioso (occorrono soltanto vere scarpe da corsa, un vecchio pantaloncino, una t-shirt e/o una felpa e un reggiseno ben strutturato che possa contenere gli effetti collaterali dei sobbalzi), è praticabile con estrema facilità ma tanta buona volontà. E tanto tempo, tempo per sé, che molte donne ritagliano e compongono ancora come un origami sui minuti degli altri, sempre molto più lunghi dei propri. Nelle prime ore dell’alba è infatti molto più probabile incontrare donne in corsa per strada &#8211; in barba alla paura &#8211; prova evidente che quella è l’ora più facile per l’emancipazione dagli impegni familiari. È poi necessario sentirsi serenamente libere di correre in solitaria senza la molesta tiritera di fischi, apprezzamenti non graditi, non richiesti incoraggiamenti, che a nessun maschio in corsa mai una donna riserva. I forti condizionamenti della cultura dell’edonismo consumista plagiano ancora molto più le donne incoraggiandole a fare sport “per essere in forma per piacere” assillandole con l’ansia dell’avere “tutto a posto”, anche quando magari si stanno per affrontare chilometri di asfalto e tutto il di più è orpello inutile perché fastidioso. Fare un training quotidiano di  corsa podistica aiuta proprio a superare l’ansia dello specchio e dell’occhio altrui e più si eccitano le endorfine meglio si riesce a superare questo “blocco mentale”: in poche parole si comincia a non dar alcun peso agli sguardi degli altri; si scavalca qualsiasi giudizio, si  aggredisce la strada metro dopo metro, chilometro dopo chilometro e nessuno  sa quando né da dove sei partita quindi nessun confronto è possibile se non quello che  fai con te stessa a ogni allenamento. Tra i consigli di donne a donne, pubblicati sulle riviste specialistiche, compare spesso proprio quello di   allenarsi sui propri tempi e sui propri progressi senza tener conto di parametri misurati su performance <em>“neutre”</em>.  Il running è una scommessa continua con le nostre trappole interiori e con le maglie delle reti che ancora ci vengono lanciate addosso. Prendiamo ad esempio la regina del podismo su strada: la Maratona… 42 chilometri e 197 metri di passione, corsi di testa ma sulle gambe.  Chiunque tagli la finish line riceve la meritata medaglia perché ha vinto: ha vinto la fatica fisica, ha vinto lo scoraggiamento, ha vinto la tentazione del “ma chi me lo fa’ fare”, ha messo in poche parole in gioco il proprio empowerment, e per questo forse ogni donna che ama correre dovrebbe misurarsi con questa gara.  All&#8217;arrivo si piange, si piange quasi tutti e tutte con un livellamento delle emozioni che fa sentire veramente uguali. Scorriamo un po’ di numeri: alla Maratona di Roma del 7 aprile ultimo scorso su 10.000 partecipanti gli uomini iscritti sono stati 7966 e le donne 2034. Roma, Berlino, Parigi, tre delle maratone più quotate in Europa, presentano un rapporto uomini/donne alla partenza e all&#8217;arrivo assestato ancora su una percentuale di 75% per i maschi a 25% per le donne.  Solo la Maratona di Londra ha fatto registrare negli ultimi anni un aumento degli arrivi femminili fino al 39%. Al contrario la Maratona di New York, la chimera di ogni runner dilettante, ha registrato una progressiva crescita della presenza femminile con un’impennata dal 2011 fino a 20.000 donne contro i 30.000 maschi su un totale di 51.000 iscrizioni nel 2018.  Al mitico traguardo in Central Park l’arrivo di donne si attesta ormai intorno al 40% del totale. Questi dati dimostrano che dall&#8217;altra parte dell’Oceano il tessuto culturale ha già sciolto i nodi pregiudicanti la parità, sia dell’organizzazione dei tempi di vita che degli stereotipi culturali. Noi di <em>Rising,</em> oltre a praticare il running amatoriale, vivendo così personalmente il diritto di accedere alla libertà del nostro essere, continueremo a monitorare gli adeguamenti delle performance sociali alla cultura della parità di genere.  Incoraggeremo ogni donna a superare barriere proprie e pregiudizi esterni prendendosi cura della diversità della nostra propria fisicità, salvaguardandola da umilianti esclusioni. Sosterremo altresì ogni politica che facendo propria la cultura del rispetto, programmi percorsi di inclusione della diversità, a qualsiasi livello della variegata umanità, attraverso la pratica sportiva.</p>
<p><a title="Fate le STREGHE, numero 10" href="http://www.associazionerising.eu/rising-sport/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
<hr />
<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Avanti tutta!</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 18:58:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giulia Nanni]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Giulia Nanni Lo sport è neutro poiché i suoi valori sono il risultato di un’elaborazione sociale e culturale. Ciò significa che ogni sport può essere positivo o negativo a seconda della sua messa&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Giulia Nanni</em></p>
<p>Lo sport è neutro poiché i suoi valori sono il risultato di un’elaborazione sociale e culturale. Ciò significa che ogni sport può essere positivo o negativo a seconda della sua messa in pratica. Utilizzando le parole dell’europarlamentare Silvia Costa nel suo discorso di inaugurazione della mostra “Run of Art” dedicata al tema della “Diversity” a Bruxelles, nel 2016, «Lo sport può e sa dare un potente contributo alla convivenza civile, all&#8217;integrazione e alla pace. Lo sport è uno spazio neutro e universale in cui anche le differenze si possono riconoscere senza discriminazioni. Lo sport è in grado di superare le barriere che diverse abilità, età, culture, etnie e generi spesso possono portare». Bellissimo, insomma. Potentissimo, diremmo. Tuttavia, lo sport può essere anche l’esatto contrario: il fine con cui giustificare competizioni malsane, discriminazioni, divisioni anche e proprio sulla base di differenti abilità, età, culture, etnie e generi. Proprio per la sua natura adattabile quindi, lo sport necessita assunzione di responsabilità e doveri che, come sappiamo, hanno sempre a che fare con i diritti. E i diritti sono tali solo se sono di tutte e tutti.</p>
<p>In questo numero di Fate <em>le</em> Streghe – approfittando della luce che i Mondiali femminili di calcio hanno acceso sullo sport al femminile – evidenzieremo alcune delle discriminazioni che ancora oggi le donne si trovano a sperimentare quando si appassionano a sport considerati tradizionalmente maschili, o quando scelgono di fare dello sport il loro lavoro. Allo stesso tempo, tra le righe, leggeremo di donne che non si arrendono, che non accettano di farsi relegare nell&#8217;angolo abbandonando i loro sogni. Donne che con tenacia e ostinazione conquistano, passo dopo passo, i loro diritti e si prendono – con consapevolezza di sé e senza chiedere permesso – gli spazi che dovrebbero appartenergli da sempre. Donne che sanno coinvolgerci, emozionarci e trasmetterci la loro passione. Donne le cui battaglie contribuiscono a rendere questa società più equa e giusta per tutte e tutti. Perché in gioco c’è la trasformazione necessaria a scongiurare una realtà che troppo spesso si pone ancora come destino ineluttabile e limitante della grandezza dei nostri sogni di oggi, ma anche di quelli delle bambine e delle ragazze di domani. Avanti tutta quindi: oggi, domani e sempre. Le nostre Atlete in prima fila e noi – tante di noi – a sostenere le loro/nostre battaglie.</p>
<p><a title="Fate le STREGHE, numero 10" href="http://www.associazionerising.eu/rising-sport/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
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<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>&#8220;I, Tonya&#8221;, il film</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 18:57:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Arte in Genere]]></category>
		<category><![CDATA[donne e sport]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[stereotipi di genere]]></category>
		<category><![CDATA[Tonya Harding]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>
		<category><![CDATA[Zdenka Rocco]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Zdenka Rocco I, Tonya, di Craig Gillespie, con Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney. USA 2017  Donna e sport. Donna e stereotipi (di genere). Donna e aspettative: che tu sia femminile, aggraziata, esile;&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><em>di Zdenka Rocco</em></p>
<p><em>I, Tonya</em>, di Craig Gillespie, con Margot Robbie, Sebastian Stan, Allison Janney. USA 2017 <a href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2019/06/LocandinaTonya.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-0" title=""><img class="alignright size-medium wp-image-2987" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2019/06/LocandinaTonya-204x300.jpg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="locandinatonya" width="204" height="300" /></a></p>
<p>Donna e sport. Donna e stereotipi (di genere). Donna e aspettative: che tu sia <em>femminile</em>, aggraziata, esile; che ti sieda con le gambe ben strette, non dica le parolacce. Che tu esegua uno sport che valorizzi la tua <em>grazia</em>, come il pattinaggio artistico. Che se fai pattinaggio artistico, i tuoi capelli siano in ordine e i tuoi costumi omologati; le tue unghie smaltate di chiaro. Che tu sia <em>elegante</em> in pista. Poco sembra importare che la tua tecnica e la tua potenza ti facciano eseguire, prima donna in America, seconda al mondo, il triplo axel. Un salto seguito da tre rotazioni e mezzo, realizzato da poche donne al mondo. A oggi solo sei. Poco se la tua caratura atletica sembra incontenibile e difficile da imbrigliare in schemi fissi. Poco quando non riesci a incarnare &#8211; non vuoi incarnare? &#8211; un modello di femminilità, tradizionale e stereotipato, che ti vuole gentile e remissiva, figlia devota, moglie paziente. Poco, quando la tua esistenza non riesce a incarnare l&#8217;<em>american way of life</em>, il sogno americano fatto di patria, famiglia e barbecue. Famiglia, soprattutto.</p>
<p>Parliamo della pattinatrice su ghiaccio Tonya Harding. E del film <em>I, Tonya</em> che racconta tutto questo e molto altro ancora.</p>
<p>Tonya Harding è genio e sregolatezza: può eccellere in uno sport come il pattinaggio artistico? A guardare oggi le esibizioni delle pattinatrici possiamo sperare che molto sia cambiato dai primi anni ’90. Forse grazie anche Tonya? Lei prorompe con la propria genialità e cerca di infrangere le regole, gli schemi, certe rigidità che lo sport richiede. Certo, il rispetto delle regole e la necessità di conoscerle a fondo prima di poterle cambiare, è un assunto da cui non si può prescindere. Nello sport come in qualsiasi altro ambito. Tuttavia, è proprio grazie all&#8217;impulso creativo e innovativo di chi è geniale che qualsiasi disciplina (sportiva e non) può subire un&#8217;evoluzione. E Tonya è geniale. Lo è stata quando ha eseguito il triplo axel, prima donna americana a farlo, ai Campionati nazionali statunitensi del 1991.</p>
<p>Nel film di Craig Gillespie c’è tutto questo e c’è anche la vicenda dell&#8217;<em>incidente</em> occorso nel 1994 a Nancy Kerrigan, rivale di Tonya. Del coinvolgimento di Tonya Harding, con l&#8217;esito che la vide radiata dalla Federazione statunitense di pattinaggio. Per questo rimandiamo alla visione del film, tratto dalla vera storia di Tonya Harding e da “<em>interviste assolutamente vere, totalmente contraddittorie e prive di qualsiasi ironia” </em>con Tonya Harding, suo marito Jeff Gillooly, sua madre LaVona. Uscito nel 2017, Il film ha ottenuto, tra gli altri, tre candidature e un premio Oscar, due candidature e un premio ai Golden Globes.</p>
<p>Poi c&#8217;è la violenza, nel film come nella vita di Tonya Harding: violenza agita da una madre possessiva e sadica; violenza agita dal compagno Jeff manipolatore e maltrattante. E c&#8217;è per Tonya il bisogno e la ricerca di amore e compassione, che sembrano passare solo e soltanto attraverso la violenza. C&#8217;è il viola dei lividi sul viso di Tonya in pista, mal celati dal fondotinta; c&#8217;è il rosso del sangue lasciato da un proiettile sullo stesso viso, sangue ignorato dal poliziotto che interviene dopo l&#8217;ennesima aggressione di Jeff su Tonya. Non certo il volto <em>adatto</em> all&#8217;eleganza del pattinaggio artistico. E c&#8217;è la violenza del pugilato che diventa, almeno per un breve periodo, lavoro e ragione di vita per Tonya. C&#8217;è la violenza contro le donne e le bambine, nel film. E questa è un&#8217;altra storia, da continuare a raccontare.</p>
<p><a title="Fate le STREGHE, numero 10" href="http://www.associazionerising.eu/rising-sport/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
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<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Giochiamo a rugby e siamo donne</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 18:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimento]]></category>
		<category><![CDATA[All Reds Rugby Roma]]></category>
		<category><![CDATA[cultura di genere]]></category>
		<category><![CDATA[donne e sport]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>a cura di All Reds Rugby Roma Giochiamo a rugby perché amiamo questo sport. In campo ci sentiamo forti, infinitamente belle, piene di vita, determinate, unite in uno scopo comune. Amiamo il combattimento perché ci&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>a cura di All Reds Rugby Roma</em></p>
<p>Giochiamo a rugby perché amiamo questo sport. In campo ci sentiamo forti, infinitamente belle, piene di vita, determinate, unite in uno scopo comune. Amiamo il combattimento perché ci permette di esplorare e superare i nostri limiti, amiamo i movimenti collettivi che il nostro gioco di squadra ci richiede perché il rugby è prima di tutto un gioco di intelligenza. Amiamo le corse all’aria aperta sotto il sole e la pioggia perché in esse assaporiamo la libertà che odora di erba bagnata. È così che ci piace parlare della nostra pratica sportiva. Eppure, nell’immaginario di molti, la ricerca del puro piacere nello sport femminile è una prospettiva incomprensibile, quasi oscena.</p>
<p>“Non sei abbastanza robusta, ti farai male, ma le regole sono le stesse degli uomini? Non hai paura di rovinarti lo smalto messo il giorno prima?” Queste sono solo alcune delle domande e delle affermazioni che molto spesso ci vengono rivolte. E ancora l’associazione tra sport e orientamento sessuale: se giochi a rugby sei quasi sicuramente lesbica o almeno bisessuale, sicuramente un maschiaccio.</p>
<p>Noi All Reds abbiamo fatto della lotta al sessismo e al fascismo, nello sport come nella vita, la nostra identità, il fondamento della nostra proposta sportiva. Crediamo che lo sport debba essere prima di tutto popolare e non veicolato dallo scambio di denaro, ma come donne siamo solidali con tutte quelle atlete professioniste che ogni giorno lottano per vedere riconosciuta la propria professionalità.</p>
<p>A tal proposito e nonostante la scarsità delle risorse a disposizione, il movimento rugbistico femminile in Italia cresce: negli ultimi anni le tesserate sono aumentate del 1000%, passando da 600 a oltre 8mila, storico il risultato della nazionale femminile nell’ultimo Sei Nazioni e il piazzamento al sesto posto nella classifica mondiale. Questi risultati ci raccontano di un movimento che dal basso sta crescendo e lottando per vedere riconosciuta la propria importanza. Donne che a suon di corse possenti, mete e determinazione stanno abbattendo gli stereotipi, la costruzione sociale dei ruoli e modificando gli ideali di bellezza femminile. Guardando anche ai Mondiali di calcio 2019, ci sembra proprio che, ancora una volta, lo sport sia il terreno su cui sperimentare e agire libertà femminile. Uno spazio inedito in cui modificare immaginario, simbolico e realtà. Siamo orgogliose di far parte di questo movimento e poter rivendicare una lotta che inizia nei campi erbosi e che può e deve contaminare tutta la società. Il nostro campo è a disposizione di tutte le giovani e non che vorranno avvicinarsi a questo meraviglioso sport e attraverso di esso crescere e determinarsi perché, come diciamo in questi tempi bui a chi vorrebbe distruggere spazi di socialità e autogestione, “Non si sgombera un’idea”. Per questo motivo e per altre mille ragioni “Contro ogni sessismo, mai un passo indietro!”</p>
<p>&#8212;</p>
<p>All Reds Rugby Roma, squadra seniores femminile, dal 2007 porta in campo la maglia rossa all’insegna dell’antifascismo e dell’antisessismo. Per uno sport popolare, accessibile a tutte e che permetta a ogni donna di esprimere in libertà la propria fisicità e il proprio agonismo nel rispetto di ogni individualità. Si allena all’interno di Acrobax, spazio occupato nel 2002 e sottratto alla speculazione edilizia per essere restituito alla città come luogo autogestito. In questi anni sono tantissime le donne e le ragazze che, dai 14 ai 40 anni e oltre, hanno attraversato il campo e hanno potuto conoscere il gioco del rugby, scoprendo i propri talenti, esplorando le proprie potenzialità, confrontandosi con i propri limiti. Al loro fianco, da sempre, i compagni della squadra maschile che attualmente milita nella serie C girone Lazio. Dal 2008 All Reds Rugby Roma partecipa alla Coppa Italia femminile del comitato F.I.R. regionale.</p>
<p><a title="All Reds Rugby Roma" href="http://allreds.it?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">www.allreds.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p><a title="Fate le STREGHE, numero 10" href="http://www.associazionerising.eu/rising-sport/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
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<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Il calcio è (anche) donna</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 18:55:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La pulce]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Paesano]]></category>
		<category><![CDATA[donne e sport]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Antonio Paesano &#8220;Il calcio è maschio&#8221;. Questo messaggio l&#8217;ho letto in diretta in una radio che si occupa di calcio, e forse ho sbagliato, devo ancora capirlo. Scrivo queste righe mentre la Nazionale&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Antonio Paesano</em></p>
<p>&#8220;Il calcio è maschio&#8221;. Questo messaggio l&#8217;ho letto in diretta in una radio che si occupa di calcio, e forse ho sbagliato, devo ancora capirlo. Scrivo queste righe mentre la Nazionale di Bertolini sta pareggiando 1-1 contro l&#8217;Australia, nazionale più esperta e allenata. Più forte.</p>
<p>Iniziamo da qui. Perché sono più forti le calciatrici australiane? Genetica? Tradizione? Per caso il calcio è sport nazionale da quelle parti? No, siamo fuori strada. Le atlete della nazionale australiana sono calciatrici professioniste, giocano a calcio per lavoro e non per diletto. &#8220;Eh, come le nostre&#8221;, diremmo in prima battuta. No. Cioè sì, ma no. In Italia una donna che gioca a calcio non può formalmente essere riconosciuta come professionista. Pausa, rileggete l&#8217;ultima frase. Un&#8217;altra volta. Senza entrare in un vortice di termini provenienti dalla politica sportiva, limitiamoci a constatare il fatto che una ragazza che vuole iniziare a giocare a calcio, sa già che per vivere dovrà fare un altro lavoro. Sì, un altro. Perché giocare a calcio a certi livelli è e deve essere un lavoro, considerato come tale in ogni aspetto, da quello umano a quello economico. Sul perché di questa scelta ci torniamo dopo. Ora concentriamoci sulle conseguenze. Un professionista, nel mondo dello sport, generalmente può ottenere: salario adeguato e proporzionato al contesto economico di quello sport in quel paese in quel momento storico; assicurazione medica; strutture di alto livello attraverso le quali migliorarsi e prevenire infortuni più o meno gravi; campi in erba ben curati adatti agli scarpini da calcio; equipaggiamento adeguato; staff tecnici importanti per la crescita e la cura dell&#8217;atleta. Tutto ciò riguarda (al massimo) marginalmente il mondo del calcio femminile in Italia. Ci si allena in strutture di basso livello, gli staff tecnici sono ridotti all&#8217;osso, i salari sono decisamente bassi. Dunque, una ragazza di 25 anni che gioca a calcio in Italia ha uno stipendio minimo e quindi, spesso, almeno un altro lavoro, può infortunarsi più facilmente rispetto a un professionista e, soprattutto, è probabilmente molto meno forte e allenata di una qualunque calciatrice di pari età australiana.</p>
<p>Ma non è neanche questo il punto principale. Una comprensibile obiezione potrebbe essere: &#8220;Ok, è tutto vero, ma il calcio femminile non piace a tutti, alcuni lo percepiscono come noioso e viene poco visto, quindi non ci sono soldi da investire in questa realtà&#8221;. Può anche essere vero, non va discussa l&#8217;opinione ma forse quello che c&#8217;è alla base. Se il calcio femminile risulta meno interessante rispetto ad altri contesti, posso legittimamente pensare che sia perché le nostre ragazze non hanno le stesse possibilità di altre ragazze sparse per il globo? Perché la nazionale femminile statunitense ha giocatrici idolatrate in tutto il paese e noi no? Perché sono professioniste e come tali vengono trattate, dai club, dai media e dai tifosi. Lì i soldi vengono investiti e poi incassati, non il contrario. Non prendiamoci in giro: lo sport è diventato un business di alto livello, dai guadagni sempre più importanti per chi sa investire e nessuno deve scandalizzarsi di fronte al bisogno di rendere spettacolare un evento al fine di renderlo sempre più appetibile. È un prodotto, va venduto. Può piacerci o no, ma è così. Il prodotto &#8220;calcio femminile&#8221; va venduto come tutti gli altri prodotti sul mercato. Non lo vendi se non investi nel suo sviluppo. Quindi, non ci guadagni. È talmente banale che mi sento idiota a scriverlo, ma evidentemente di idioti non ce ne sono moltissimi.</p>
<p>Prima di perderci in una retorica di cui nessuno ha bisogno, parliamo di dati. Parliamo dei Mondiali, quelli di 4 anni fa in Canada e quelli di oggi in Francia. Cito da un bel pezzo che vi consiglio, pubblicato su Ultimo Uomo a firma Roberta Decarli: il comune di Nizza, ad esempio, una delle città nelle quali si giocheranno le partite del Mondiale, ha investito un milione di dollari e si aspetta un ritorno economico superiore ai 40 milioni; i premi per le squadre nel Mondiale canadese ammontavano a circa 15 milioni, quest&#8217;anno a 30; in generale, in questo mondiale sono state investite il 233% di risorse in più rispetto al Mondiale di 4 anni fa.</p>
<p>Dunque, si muove. Eccome se si muove. Investimenti e guadagni, business sportivo. Non si gridi allo scandalo, proviamo a stare alla larga dalla retorica dello sport tra polvere e fango, cuore e sudore. Con la retorica non si comprano attrezzi sicuri per le atlete, non si convertono campi sintetici in campi d&#8217;erba, non si pagano come dovrebbero essere pagate le atlete. Uno sport seguito è uno sport ricco, uno sport ricco è uno sport in salute, uno sport in salute ha più possibilità di tutelare chi quello sport lo pratica. Banale. Eppure.</p>
<p>E qualcosa si muove anche in Italia. Restando al Mondiale: Sky e Rai trasmettono in diretta le partite, comprese ovviamente quelle della nostra Nazionale, al termine di un&#8217;annata che ha segnato un anno zero dal punto di vista della copertura mediatica (e non solo) del calcio femminile, soprattutto grazie al network di Murdoch. Sky ha trasmesso la Serie A femminile, facendo incuriosire e appassionare molti scettici. La Juventus ha portato all&#8217;Allianz circa 40.000 persone per una partita di calcio femminile. Bene, bravi, ma soprattutto bis: poco, troppo poco l&#8217;unicum della Juventus, la crescita sulla scia delle bianconere è più che necessaria. Crescere, migliorare, divertirsi, giocare, vincere, perdere, sbagliare. Sono verbi che possono riferirsi all&#8217;ambito sportivo, no? A me sembrano tanto dei diritti. Molto umani.</p>
<p>PS: nel pezzo non trovate paragoni tra calcio femminile e calcio maschile. Questo perché il sessismo applicato al calcio non aggiunge nulla alla narrazione sociale, politica e soprattutto culturale degli anni che viviamo in Italia. Prima ancora di chiedere pari opportunità tra maschi e femmine nello stesso paese, forse è il caso di chiedere prima pari opportunità tra atlete di nazionalità diversa. In altri paesi, come negli Stati Uniti, il tono del dibattito è particolarmente acceso, ma loro sono arrivati prima di noi alla preistoria. Il calcio è maschio? No, ve piacerebbe.</p>
<p>PPS: L&#8217;Italia di coach Bertolini ha vinto contro l&#8217;Australia. Daje!</p>
<p>&#8212;</p>
<p>Antonio Paesano, romano, 30 anni, lavora per la AS Roma e si occupa di radio e tv. Non sa giocare a calcio.</p>
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<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
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<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Dilettanti o professioniste?</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 18:53:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Focus]]></category>
		<category><![CDATA[donne e sport]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[Giusy Coronato]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[pari opportunità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Giusy Coronato Le atlete nello sport italiano sono dilettanti o professioniste? Quando ci si avvicina all&#8217;argomento si rimane spesso sorpresi e increduli della risposta. Provate anche voi a rispondere alla seguente domanda e&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Giusy Coronato</em></p>
<p>Le atlete nello sport italiano sono dilettanti o professioniste? Quando ci si avvicina all&#8217;argomento si rimane spesso sorpresi e increduli della risposta. Provate anche voi a rispondere alla seguente domanda e a farla alle persone a voi vicine: “Pensa a un’atleta famosa nello sport: credi sia una professionista o una dilettante? Lo fanno per piacere o è per loro un lavoro?” Le risposte sono state quasi sempre le stesse: “Facile, no? Sono tutte professioniste! Chi pratica uno sport da dilettante lo fa per piacere, non per lucro né per professione.”</p>
<p>Invece no. Nel 1981 la legge n. 91 sul professionismo sportivo all&#8217;articolo 2 afferma che: “<em>sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori atletici che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell&#8217;ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle Federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle Federazioni stesse con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica</em>”.</p>
<p>Significa che possono definirsi professionisti solo gli atleti che svolgono la loro attività nelle federazioni che sono riconosciute dal CONI come discipline sportive professioniste. Quali sono ad oggi tali discipline? Il calcio, il ciclismo, il golf e la pallacanestro solo maschili. Mentre tutti i restanti sport e soprattutto tutte le discipline femminili sono escluse. Nessuna donna oggi può definirsi un&#8217;atleta professionista.  E nel concreto cosa significa? No allo statuto dei lavoratori; no all&#8217;infortunio e al trattamento pensionistico; no a maternità e <a href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2019/06/ProfessionisteDilettanti.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-0" title=""><img class="alignright size-medium wp-image-2996" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2019/06/ProfessionisteDilettanti-300x132.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="professionistedilettanti" width="300" height="132" /></a>a malattia. Questo comporta una discriminazione alla base per tutte le sportive che non rientrano nelle categorie e che devono sottostare per forza alle logiche dei contratti con gli sponsor, rimborsi spese e bonus. È del maggio 2019 la notizia che la Nike, sponsor ufficiale di molte atlete a livello mondiale, ha fatto dietro front sulle politiche aziendali in tema di maternità, che prevedevano la sospensione del contratto durante la gravidanza e nel periodo post, fino a quando non recuperavano la forma fisica ideale e le stesse performance. Solo dal mese scorso la Nike ha dichiarato di aver cambiato la propria policy e che le atlete potranno contare su un contratto che non le penalizza e che sostiene la maternità. Un altro escamotage usato da molte atlete italiane, per poter essere tutelate nella loro attività, è quello di entrare a far parte di un gruppo armato: Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri, Forestale.</p>
<p>Modificare questa legge permetterebbe a tutte le sportive di poter vivere facendo ciò in cui sono brave, di potersi dedicare completamente e senza preoccupazioni alla loro professione, di decidere se vogliono avere dei figli e non rischiare di rimanere senza lavoro, di aver riconosciuto i diritti fondamentali del lavoratore: la retribuzione, il riposo, le ferie,  il congedo matrimoniale, la maternità, la malattia, l’infortunio, la malattia professionale, la sicurezza sul lavoro, l’attività sindacale e la parità tra uomo e donna. Ciò che tutte noi chiediamo.</p>
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<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Il traguardo</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 18:52:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>di Giulia Bernini, in arte OBLO Giulia Bernini, in arte OBLO è designer, grafica e illustratrice. È fondatrice di Uovo alla Pop, una galleria di 4 donne a Livorno, che si occupa di street art,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><em>di Giulia Bernini, in arte OBLO</em></p>
<p><a href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2019/06/Vignetta-IlTraguardo.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-0" title=""><img class="alignleft size-medium wp-image-2982" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2019/06/Vignetta-IlTraguardo-300x300.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="vignetta-iltraguardo" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Giulia Bernini, in arte OBLO è designer, grafica e illustratrice.</p>
<p>È fondatrice di Uovo alla Pop, una galleria di 4 donne a Livorno, che si occupa di street art, arte urbana, rigenerazione e socialità.</p>
<p><a title="Uovo alla pop" href="www.uovoallapop.it?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">www.uovoallapop.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p><a title="Oblo" href="www.uovoallapop.it?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">www.oblocreature.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Al via il Campionato europeo femminile di pallacanestro</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 18:49:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[donne e sport]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Saveria Ottaviani  Il 27 giugno 2019 prenderà il via il trentasettesimo Campionato europeo femminile di pallacanestro (FIBA Eurobasket Women 2019), che vedrà le atlete azzurre scontrarsi contro le migliori squadre d&#8217;Europa. I paesi&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><em>di Saveria Ottaviani </em></p>
<p>Il 27 giugno 2019 prenderà il via il trentasettesimo Campionato europeo femminile di pallacanestro (FIBA Eurobasket Women 2019), che vedrà le atlete azzurre scontrarsi contro le migliori squadre d&#8217;Europa. I paesi che ospiteranno quest&#8217;anno l&#8217;evento sono la Serbia e la Lettonia.</p>
<p>Le azzurre si sono qualificate agli Europei arrivando prime nel loro girone, garantendosi così l&#8217;inserimento in seconda fascia di merito. L&#8217;italia incontrerà la Turchia, l&#8217;Ungheria e la Slovenia e non sarà un girone facile: negli ultimi tre anni l&#8217;Italia non è riuscita a battere all&#8217;Europeo la Turchia, che incontrerà il 27 giugno nella sua partita di esordio. Le Azzurre, che nell&#8217;ultimo Campionato europeo sono arrivate settime, sono pronte a giocarsi tutte le loro carte per migliorare il loro piazzamento e chi lo sa, magari arrivare alla finale del 7 luglio.</p>
<p>Il primo campionato europeo di Basket femminile si è svolto nel 1938 proprio in Italia, paese che ha ospitato per ben sette volte la manifestazione che si tiene ogni due anni. In quel primo anno di manifestazione le Azzurre alzarono il trofeo europeo per la prima ed ultima volta.</p>
<p>Gli Europei quest&#8217;anno verranno completamente trasmessi in diretta da Sky, che da tempo garantisce la copertura di eventi sportivi così importanti. Anche sulla scia del grande seguito che stanno avendo le ragazze del Calcio, la Nazionale femminile di Basket è pronta a trasportarci sul campo di gioco, per vivere insieme alle nostre atlete l&#8217;emozione di questo Campionato europeo.</p>
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<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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