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	<title>Associazione Rising &#187; La nostra opinione</title>
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	<description>Pari in Genere</description>
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		<title>Donne e sport: libere di giocare</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Jun 2019 18:59:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra opinione]]></category>
		<category><![CDATA[cultura di genere]]></category>
		<category><![CDATA[Daniela Marcuccio]]></category>
		<category><![CDATA[donne e sport]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[pari opportunità]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Daniela Marcuccio “Mentre corri…alza lo sguardo e guardami, sorridimi, salutami, ché non ti sono rivale ma sorella, e quando corro al sole con la fronte madida di sudore o nel buio di un’alba&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Daniela Marcuccio</em></p>
<p><em>“Mentre corri…alza lo sguardo e guardami, sorridimi, salutami, ché non ti sono rivale ma sorella, e quando corro al sole con la fronte madida di sudore o nel buio di un’alba non ancora nata lo faccio per me, per sentirmi bene percorrendo pensieri leggeri come piume o profondi come pozzi accompagnata dal rumore dei miei passi come il battito di un cuore”. </em>Questo è l’incoraggiamento dedicato a ogni donna che si avvicini al podismo amatoriale, una competizione quotidiana con sé stesse, utile percorso di “empowerment”, al pari di ogni altra attività sportiva, che sia agonistica e non. Il running su strada, o comunque outdoor, è sempre più diffuso, per fortuna! Sport a portata di ogni tasca, anzi certamente quello meno dispendioso (occorrono soltanto vere scarpe da corsa, un vecchio pantaloncino, una t-shirt e/o una felpa e un reggiseno ben strutturato che possa contenere gli effetti collaterali dei sobbalzi), è praticabile con estrema facilità ma tanta buona volontà. E tanto tempo, tempo per sé, che molte donne ritagliano e compongono ancora come un origami sui minuti degli altri, sempre molto più lunghi dei propri. Nelle prime ore dell’alba è infatti molto più probabile incontrare donne in corsa per strada &#8211; in barba alla paura &#8211; prova evidente che quella è l’ora più facile per l’emancipazione dagli impegni familiari. È poi necessario sentirsi serenamente libere di correre in solitaria senza la molesta tiritera di fischi, apprezzamenti non graditi, non richiesti incoraggiamenti, che a nessun maschio in corsa mai una donna riserva. I forti condizionamenti della cultura dell’edonismo consumista plagiano ancora molto più le donne incoraggiandole a fare sport “per essere in forma per piacere” assillandole con l’ansia dell’avere “tutto a posto”, anche quando magari si stanno per affrontare chilometri di asfalto e tutto il di più è orpello inutile perché fastidioso. Fare un training quotidiano di  corsa podistica aiuta proprio a superare l’ansia dello specchio e dell’occhio altrui e più si eccitano le endorfine meglio si riesce a superare questo “blocco mentale”: in poche parole si comincia a non dar alcun peso agli sguardi degli altri; si scavalca qualsiasi giudizio, si  aggredisce la strada metro dopo metro, chilometro dopo chilometro e nessuno  sa quando né da dove sei partita quindi nessun confronto è possibile se non quello che  fai con te stessa a ogni allenamento. Tra i consigli di donne a donne, pubblicati sulle riviste specialistiche, compare spesso proprio quello di   allenarsi sui propri tempi e sui propri progressi senza tener conto di parametri misurati su performance <em>“neutre”</em>.  Il running è una scommessa continua con le nostre trappole interiori e con le maglie delle reti che ancora ci vengono lanciate addosso. Prendiamo ad esempio la regina del podismo su strada: la Maratona… 42 chilometri e 197 metri di passione, corsi di testa ma sulle gambe.  Chiunque tagli la finish line riceve la meritata medaglia perché ha vinto: ha vinto la fatica fisica, ha vinto lo scoraggiamento, ha vinto la tentazione del “ma chi me lo fa’ fare”, ha messo in poche parole in gioco il proprio empowerment, e per questo forse ogni donna che ama correre dovrebbe misurarsi con questa gara.  All&#8217;arrivo si piange, si piange quasi tutti e tutte con un livellamento delle emozioni che fa sentire veramente uguali. Scorriamo un po’ di numeri: alla Maratona di Roma del 7 aprile ultimo scorso su 10.000 partecipanti gli uomini iscritti sono stati 7966 e le donne 2034. Roma, Berlino, Parigi, tre delle maratone più quotate in Europa, presentano un rapporto uomini/donne alla partenza e all&#8217;arrivo assestato ancora su una percentuale di 75% per i maschi a 25% per le donne.  Solo la Maratona di Londra ha fatto registrare negli ultimi anni un aumento degli arrivi femminili fino al 39%. Al contrario la Maratona di New York, la chimera di ogni runner dilettante, ha registrato una progressiva crescita della presenza femminile con un’impennata dal 2011 fino a 20.000 donne contro i 30.000 maschi su un totale di 51.000 iscrizioni nel 2018.  Al mitico traguardo in Central Park l’arrivo di donne si attesta ormai intorno al 40% del totale. Questi dati dimostrano che dall&#8217;altra parte dell’Oceano il tessuto culturale ha già sciolto i nodi pregiudicanti la parità, sia dell’organizzazione dei tempi di vita che degli stereotipi culturali. Noi di <em>Rising,</em> oltre a praticare il running amatoriale, vivendo così personalmente il diritto di accedere alla libertà del nostro essere, continueremo a monitorare gli adeguamenti delle performance sociali alla cultura della parità di genere.  Incoraggeremo ogni donna a superare barriere proprie e pregiudizi esterni prendendosi cura della diversità della nostra propria fisicità, salvaguardandola da umilianti esclusioni. Sosterremo altresì ogni politica che facendo propria la cultura del rispetto, programmi percorsi di inclusione della diversità, a qualsiasi livello della variegata umanità, attraverso la pratica sportiva.</p>
<p><a title="Fate le STREGHE, numero 10" href="http://www.associazionerising.eu/rising-sport/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
<hr />
<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>La violenza dell&#8217;indifferenza</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2019 01:14:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra opinione]]></category>
		<category><![CDATA[donne migranti]]></category>
		<category><![CDATA[Elisa Guerriero]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Elisa Guerriero Un antico proverbio degli indiani Sioux recita: “prima di giudicare una persona cammina tre lune nelle sue scarpe”. Non esiste immagine migliore per affrontare e comprendere il tema delle migrazioni. I&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Elisa Guerriero</em></p>
<p>Un antico proverbio degli indiani Sioux recita: <em>“prima di giudicare una persona cammina tre lune nelle sue scarpe”</em>. Non esiste immagine migliore per affrontare e comprendere il tema delle migrazioni. I dati statistici a livello internazionale ci testimoniano un mondo estremamente dinamico: milioni di persone in movimento che attraversano confini nazionali per i motivi più diversificati. C’è chi si sposta per pochi giorni e chi per sempre; chi scappa da guerre, chi dalla fame e chi semplicemente per affrontare nuove esperienze. Milioni di persone, milioni di storie e milioni di legami familiari. Non è possibile comprendere il mondo delle migrazioni senza assumere un atteggiamento <em>empatico</em>, provare a capire l’altro immaginandosi l’altro stesso, indossando le sue scarpe. La mera lettura di numeri e statistiche può facilmente farci sentire minacciati e “invasi”, se non si pensa che ognuno di quei numeri è in realtà una persona con una storia unica e troppo spesso disastrosa. Nessuno abbandona le proprie certezze senza una valida motivazione, ma soprattutto, solo la disperazione spinge le persone verso la speranza di una nuova opportunità di vita così piena di insicurezze.</p>
<p>Raramente i media ci raccontano cosa ha spinto una persona a partire e ancora più raramente ci viene raccontato quanto è atroce il viaggio che viene affrontato. Questo è vero in particolare per i migranti forzati. Dati UNHCR ci dicono che ogni secondo una persona è costretta a lasciare il proprio stato per scappare da guerre o persecuzioni, questo vuol dire che una volta letto quest’articolo saranno fuggite circa 240 persone.</p>
<p>Essere migrante comporta un cambiamento radicale nella propria vita, essere un migrante forzato aggiunge dolori fisici e psicologici ed essere donna aggrava ancor più questa condizione. Sì, perché per una donna la migrazione pone nuovi elementi di vulnerabilità. La maggior parte delle storie che vengono raccontate da donne migranti, provenienti da varie parti del mondo, hanno come comun denominatore dei vissuti di violenza. Non a caso la stessa legislazione internazionale ha riconosciuto la necessità di valutare le storie delle richiedenti asilo politico attraverso l’approccio <em>gender sensitive</em>. L’obiettivo è quello di analizzare gli elementi di connessione esistenti tra la storia di persecuzione e la violenza di genere come una fattispecie ad hoc per il riconoscimento dello status di rifugiata.</p>
<p>Quando la persecuzione è agita nei confronti di una donna la violenza passerà quasi certamente attraverso stupri, il fine è sempre lo stesso: annientare la persona che abbiamo di fronte infliggendo delle cicatrici più profonde. Il corpo e la psicologia vengono distrutte lentamente e brutalmente. Questo non avviene solo in relazione alla persecuzione nello stato di appartenenza, ma spesso durante tutte le tappe del viaggio. Quello stesso corpo violato diventerà merce di scambio e ancora oggetto di innumerevoli soprusi. Molto spesso queste donne sono madri che hanno visto torturare e morire i propri figli o comunque sono state costrette ad allontanarsi da loro nella speranza di riuscire a garantirgli un futuro migliore, anche se a distanza, anche a costo di perdere i momenti di vita insieme.</p>
<p>Ascoltare queste storie fa venire voglia di scappare. A volte è difficile pensare che chi abbia subito così tanta violenza e ingiustizie riesca ancora a vivere e abbia voglia di migliorare la propria esistenza. Ognuno/a di noi dovrebbe provare a immaginare che da domani non potrà più seguire le sorti del/lla proprio/a figlio/a; che la nostra confortevole casa si trasformerà in un posto letto in una camerata con altre decine di sconosciuti; che tutto di un colpo saremo circondati da persone che non comprendiamo e che spesso inveiscono contro di noi senza avere neanche troppo chiaro il perché. Indossare quelle scarpe ci farebbe sentire come possono fare male i piedi dopo tanto fuggire e probabilmente aiuterebbe a sentirci meno minacciati e più solidali. Capiremmo che anche l’indifferenza è a tutti gli effetti una forma di violenza, solo allora forse riusciremmo finalmente a comprendere e agire in modo tale da alleviare, anche se in minima parte, la vita di una persona.</p>
<p><a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/libere-di-migrare/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></p>
<p>Scarica <a title="FATE le STREGHE, numero 9" href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/FateLeStregheMar2019-web.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">qui</a> il .pdf del numero di marzo 2019</p>
<hr />
<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Una scelta che spetta alle donne</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Nov 2018 16:42:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra opinione]]></category>
		<category><![CDATA[aborto]]></category>
		<category><![CDATA[Federica Buffa]]></category>
		<category><![CDATA[Legge 194]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Federica Buffa L’articolo 4 della legge 194/78 stabilisce che la donna possa ricorrere all&#8217;Interruzione Volontaria di Gravidanza nei casi in cui la prosecuzione della gravidanza comporterebbe un serio pericolo per la sua salute&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Federica Buffa</em></p>
<p>L’articolo 4 della legge 194/78 stabilisce che la donna possa ricorrere all&#8217;Interruzione Volontaria di Gravidanza nei casi in cui la prosecuzione della gravidanza comporterebbe un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, tenendo conto della sua condizione economica, sociale o familiare, ma anche in base alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento o in previsione di malformazioni o anomalie del concepito.</p>
<p>Proprio nell&#8217;anno in cui la legge compie 40 anni, in Italia alcuni esponenti della classe politica vorrebbero fare un passo indietro, ripristinando la situazione come era in passato, proponendo di abrogare la legge, limitando effettivamente la libertà di scelta delle donne in merito all’IVG.</p>
<p>Questo clima sta svalorizzando la presa di coscienza, di decisione e di responsabilità che questa legge rappresenta. A Verona il mese scorso è stata approvata una mozione antiaborto che dichiara la città a favore della vita, in quanto favorirà finanziamenti ad associazioni che avranno l’obiettivo di promuovere iniziative contro l’aborto.</p>
<p>Ovviamente anche in altre città si sta tentando di fare lo stesso, facendo piccoli passi per arrivare a garantire sempre meno alle donne l’accesso all’IVG. Da anni, inoltre, stiamo assistendo a un aumento di medici e operatori sanitari obiettori di coscienza, che si oppongono alle pratiche abortive a discapito delle donne che ne fanno richiesta, rappresentando un ostacolo nell’esercizio di un diritto.</p>
<p>La legge è stata approvata dopo molte battaglie sociali volte a tutelare le donne, proprio perché molte di esse erano costrette a ricorre ad aborti clandestini rischiando la loro vita. Ad oggi, come nel 1981 quando fu richiesto un referendum abrogativo, la Legge 194 viene rimessa in discussione attraverso una presa di posizione che vedrebbe lo Stato imporsi, attraverso il controllo, su una scelta che spetta alle donne.</p>
<p>Riteniamo fondamentale che lo Stato continui a tutelare le donne lasciando loro la scelta cosciente e responsabile sui propri corpi. Crediamo invece sia più giusto definire e rafforzare programmi di prevenzione e sostegno, invece che tagliarle fuori da una decisione che condizionerà le loro vite.</p>
<p>Pensiamo ad esempio ai giovani, senza distinzione di genere, in un contesto culturale in cui ancora oggi la questione della sessualità è considerata un tabù: sarebbe opportuno considerare l’educazione sessuale come una pratica utile per la conoscenza e la consapevolezza del proprio corpo, elemento importante per ragazzi e ragazze. Ad oggi, spesso assistiamo a un’assenza di trasmissione di strumenti ai giovani, soprattutto alle donne che, in un contesto che continua a stereotiparle, pare non abbiano il diritto di acquisire consapevolezza sui propri corpi. È importante che le ragazze abbiano la possibilità di approfondire il tema della sessualità, acquisendo gli strumenti necessari per un maggiore riconoscimento del proprio corpo.</p>
<p>E ancora, se pensiamo alle donne migranti, provenienti da culture che trasmettono una visione della sessualità lontana dal piacere individuale ma diretta all&#8217;appagamento maschile e alla procreazione, sarebbe opportuno fornire loro strumenti utili per uscire da questa dinamica che le vede come soggetti inferiori e non meritevoli di godere appieno il proprio corpo.</p>
<p>Un lavoro come questo porterebbe ad un livello maggiore di prevenzione per evitare gravidanze indesiderate, ma non perché si giudica la pratica dell’aborto, piuttosto per evitare alle donne di dover ricorrere ad una pratica che spesso, anche a livello emotivo, è difficile e dura, oltre che poco accessibile nel periodo storico che stiamo vivendo.</p>
<p>Inoltre, per quanto riguarda le giovani minorenni, è compito del sistema sanitario saper sostenere e accompagnare, insieme ai genitori, le ragazze che si trovano a dover prendere una scelta di questo tipo nella loro vita. Un giusto sostegno permetterebbe loro di avere un aiuto in una situazione in cui dovranno riflettere su un’importante decisione che per legge non possono prendere completamente da sole.</p>
<p>Consideriamo anche un altro aspetto, ovvero il diritto di una donna a non essere madre. Ancora oggi la donna che non vuole figli viene giudicata, come se noi donne fossimo nate solo per poter procreare, come se le nostre vite non avessero senso in assenza di figli. Questo è un altro stereotipo da abbattere perché continua a rappresentare i nostri corpi come oggetti o, ancora peggio, come macchine volte alla produzione. La scelta di avere figli o meno è alla base della libertà individuale e del riconoscimento di una propria identità.</p>
<p>La strada è ancora lunga, ma possiamo iniziare a ragionare sul lavoro da attuare mettendo in campo le giuste pratiche, iniziando innanzitutto a non ostacolare le donne imponendosi sulle loro vite.</p>
<p>È necessario avviare un lavoro condiviso affinché la Legge 194 non diventi l’ennesimo passo indietro nei confronti delle donne.</p>
<p><a title="FATE le STREGHE, numero 8" href="http://www.associazionerising.eu/19478-aborto-luro-e-gratuito/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><a title="FATE le STREGHE, numero 8" href="http://www.associazionerising.eu/19478-aborto-luro-e-gratuito/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scarica <a title="FATE le STREGHE, numero 8" href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/FateLeStregheNov2018.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">qui</a> il .pdf di novembre 2018</p>
<hr />
<p><strong><span style="color: #dd1c5e;"><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></span></strong></p>
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		<title>Il valore della sorellanza</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2018 19:37:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Daniela Marcuccio]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[sorellanza]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Daniela Marcuccio La solidarietà, principio a fondamento (art.2 Cost.)  della Repubblica nata dalla Resistenza, è innanzitutto valore di etica pubblica e norma per la politica. La solidarietà genera alleanze, sodalizi che diano forza&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Daniela Marcuccio</em></p>
<p>La solidarietà, principio a fondamento (art.2 Cost.)  della Repubblica nata dalla Resistenza, è innanzitutto valore di etica pubblica e norma per la politica. La solidarietà genera alleanze, sodalizi che diano forza quando la solitudine produce isolamento e sofferenza.  È un valore che deve dare senso alla normatività dei precetti, affinché si agisca nella legalità non per timore della sanzione ma per convincimento.  L’afflato di giustizia che anima la Legge fondamentale, in bilico tra desiderio di riscatto ed esperienza dell’iniquo, si alimenta della constatazione che la comunità sociale rigurgita di diseguaglianze economiche e sociali che ostacolano l’effettiva eguaglianza nei diritti delle persone. Essa è innanzitutto solidarietà economica: nel libero mercato lo scambio può essere gravemente iniquo. Che cosa è stato e sarebbe il rapporto di lavoro senza il “diritto del lavoro” che preserva dal considerare la persona del lavoratore merce di scambio?  La storia ci insegna che chi null’altro ha, sul mercato, vende sé stesso/a. Così la solidarietà economica in una società in cui convivono mercato, proprietà privata e pubblica e fini collettivi giustifica la scelta per un sistema tributario impostato a principi di progressività solidaristica per sostenere le fasce deboli della società.   Nei sistemi anglosassoni si parla di “legge di Robin Hood”.  Il connubio dovere etico/obbligo dovrebbe redistribuire la ricchezza ogniqualvolta le sperequazioni impediscano la realizzazione dei diritti fondamentali delle persone o rischino di danneggiare la fruibilità dei beni comuni. La violazione del principio e la sua non condivisione traccia un solco profondo di egoismo tra la generazione presente e le generazioni future. Di queste la componente femminile sarà quella più colpita essendo ancora numerose le donne nelle fasce economicamente fragili e in quelle del lavoro nero.</p>
<p>Cosa si può fare per resuscitare il senso della legalità attraverso il valore della solidarietà, resistendo alla tentazione polemica di relegarlo tra gli atteggiamenti compassionevoli?  Per dare una soluzione attingiamo alla storia delle donne. Essa testimonia che la coralità dell’esistenza ha caratterizzato il vissuto delle donne tranne nei casi in cui, per volontà di maschi padri, mariti o re, esse furono messe le une contro le altre. La legge del patriarcato ha prodotto il capitalismo, sistema di sfruttamento dei pochi a danno dei più; l’individualismo culturale ad esso connesso ruppe l’armonia delle comunità sociali governate al loro interno dai tempi della solidarietà femminile. La famiglia monogamica ha isolato la donna dalle altre donne, ha coltivato la cultura del sospetto nell’altra persona, declinata in termini di rivalità, facendo sprofondare la persona nell’amarezza di un senso di solitudine tipicamente borghese. Mentre il Quaderno proibito di Alba De Cespedes era il solo conforto allo stato di frustrazione di una-casalinga, moglie e madre nella provincia italiana, negli stessi anni Cinquanta la comunione di vita seppur di fatica di tabacchine e mondine nelle campagne favorì le rivendicazioni economiche che di lì a poco sarebbero diventate diritti: le loro lotte dolorose ma solidali scossero la politica ufficiale segnando la via maestra alle prime leggi sul lavoro femminile. “Sebben che siamo donne, paura non abbiamo” così le mondine difesero, con la solidità dei loro corpi schierati a barriera, le proprie rivendicazioni dalle cariche a cavallo dei gendarmi in repressione. La solidarietà sociale è dunque sguardo di donna, perché guardarsi tra donne significa riconoscersi nell’altra senza rivalità. Con il femminismo delle suffragette le donne si ritrovarono nella “comunanza” dell’esclusione e dello sfruttamento secolari come soggetto politico nuovo per le forme della rappresentanza.  La solidarietà divenne necessità costitutiva della forma politica democratica facendosi carico della società reale con le sue contraddizioni, diseguaglianze, aspirazioni e aspettative.   La solidarietà politica e ancor meglio la politica della solidarietà fa scelte sui bisogni delle persone “riconoscendosi in esse” come se l’altro/a fosse sé …”. Oggi più che mai la Politica deve chiedersi, come si chiedeva Martin Luther King &#8211;  Cosa facciamo per gli altri e le altre?  La solidarietà è politica e pratica della cura, progetto nuovo di governo della comunità umana e del mondo di tutti i viventi. “C’è un modo di soddisfare i bisogni che mentre calma uno stato di mancanza dell’altro/a allo stesso tempo promuove una trasformazione del suo essere tale da metterlo/a nelle condizioni di divenire sempre più autonomo nel processo di soddisfazione dei propri bisogni”. È questa la pratica femminista transitata dai gruppi di autocoscienza ai Cav. Nessun aiuto è solidaristico se depotenzia l’altra/o assistendola/o senza emanciparla/o!</p>
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<p><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></p>
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		<title>Alla ricerca del piacere</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Nov 2017 21:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra opinione]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[orgasmo]]></category>
		<category><![CDATA[piacere]]></category>
		<category><![CDATA[Valentina Sciagura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Valentina Sciagura Le donne hanno dovuto lottare per migliorare le proprie condizioni di vita e per abbattere ostacoli culturali legati alla sessualità, intesa come libera e consapevole. Per decenni la sessualità della donna&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Valentina Sciagura</em></p>
<p>Le donne hanno dovuto lottare per migliorare le proprie condizioni di vita e per abbattere ostacoli culturali legati alla sessualità, intesa come libera e consapevole.</p>
<p>Per decenni la sessualità della donna è stata considerata una questione strettamente biologica, fisiologica o religiosa. Nella società erano diffuse opinioni come: le donne avrebbero dovuto impegnarsi solo nel rapporto sessuale finalizzato alla procreazione; l’orgasmo vaginale avviene solo grazie alla penetrazione maschile; l’attività sessuale della donna, se non finalizzata alla riproduzione, era peccaminosa, ecc. Le donne non si sentivano libere di esprimere il proprio pensiero sui loro rapporti fisici più intimi perché erano argomenti non solo imbarazzanti, ma venivano considerati come il sintomo di malattie, per cui era disdicevole parlarne.</p>
<p>Nel corso degli anni sessanta si cominciò a discutere di “<em>rivoluzione sessuale</em>” e “<em>liberazione sessuale</em>”, e le femministe dell’epoca dichiararono coraggiosamente che “<em>il personale è politico</em>”, sottoponendo ad un’analisi approfondita gli aspetti più intimi dei rapporti uomo-donna.</p>
<p>Le donne hanno iniziato ad incontrarsi regolarmente in piccoli gruppi per parlare anche della propria vita privata, mettendo in discussione il rapporto sessuale inteso come “istituzione” analoga all’istituto del matrimonio, che ha come fine la procreazione e spesso il soddisfacimento dei desideri sessuali dell’uomo, anche se non necessariamente quelli della donna.</p>
<p>Così facendo, le donne ripresero pian piano il controllo della propria vita e del proprio corpo. Si iniziò a considerare, a parlare, a studiare e a scrivere sulla masturbazione femminile, sull’orgasmo clitorideo e vaginale, intesi come simboli di una vita sessuale sana per le donne. Anne Koedt nel 1968 scriveva “<em>Dobbiamo convincerci che se certe posizioni sessuali non portano al reciproco orgasmo, esse non devono più essere considerate normali</em>”.</p>
<p>Cos’è cambiato oggi? I rapporti sessuali si vivono in maniera paritaria? Nell’epoca attuale pare che si affronti la sessualità in maniera diversa, forse non necessariamente migliore. Si continua a ripetere che le donne hanno raggiunto la parità sessuale e che da quando si è diffuso l’uso della pillola anticoncezionale non ci sono più disparità fra uomo e donna. È veramente così?</p>
<p>I mass-media hanno influenzato ed influenzano notevolmente il modo di vivere le relazioni e la sessualità. In nome della liberalizzazione dei costumi, si diffondono idee e immagini della donna come disponibile, provocante, pronta ad appagare i desideri sessuali degli uomini. Il mondo della pornografia virtuale, facilmente accessibile grazie ad internet, mostra e abitua chi ne fa uso ad una sessualità finta, alla visione di atti aggressivi e dominanti agiti nei confronti delle donne durante atti sessuali, ad orgasmi automatici, ad una intimità immaginaria lontana dall’affettività e dall’emotività che caratterizzano i rapporti intimi volti alla ricerca del piacere reciproco e ad una sessualità vissuta come esperienza di verità.</p>
<p>E cosa si dice del desiderio femminile? Si diffondono opinioni secondo cui il raggiungimento dell’orgasmo femminile viene considerato una “<em>conquista</em>” da parte dell’uomo, utile ad accrescere e/o a rassicurare la propria virilità e autostima. Conseguentemente, l’orgasmo smette di essere un piacere femminile, bensì un dono che un uomo decide di offrire alla donna.</p>
<p>In questo quadro così complesso, noi donne come viviamo la sessualità? Quanta consapevolezza abbiamo dei nostri desideri sessuali? Quanto riusciamo ad esprimere liberamente ciò che vogliamo? E a rendere partecipe il/la partner di ciò che ci piace e non ci piace? Proviamo ancora imbarazzo e vergogna quando parliamo di questo argomento con le amiche, oppure evitiamo di parlarne? Rispetto al passato oggi vi sono diversi punti di riferimento che condizionano il nostro modo di essere, di vivere l’intimità, di sperimentare il piacere, di stare in una relazione.</p>
<p>L’orgasmo è prima di tutto consapevolezza di un piacere personale, appagamento di un bisogno intimo. Una ricerca del piacere che porta al proprio equilibrio sessuale. Quando condiviso è un atto di spontaneità che implica lasciarsi andare in maniera sincera e autentica; può essere vissuto in maniera leggera e giocosa, oppure come un momento che rafforza la complicità nella coppia. E se non ci sentiamo libere, capite e rispettate, forse è il caso di cambiare partner?</p>
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<p><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></p>
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		<title>Le parole sono importanti, usiamo quelle giuste</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jul 2017 20:30:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra opinione]]></category>
		<category><![CDATA[cultura di genere]]></category>
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		<category><![CDATA[Giovanna Bruno]]></category>
		<category><![CDATA[linguaggio]]></category>
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		<category><![CDATA[pari opportunità]]></category>
		<category><![CDATA[sessismo]]></category>
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<p><em>di Giovanna Bruno</em></p>
<p>Con il termine ‘sessismo’ si definisce la tendenza a discriminare una persona a livello sociale, politico, culturale o professionale, in base al sesso di appartenenza. Il linguaggio rappresenta una delle varie modalità con cui il sessismo può essere espresso ed esercitato nella società e nelle interrelazioni quotidiane. Il linguaggio rappresenta lo strumento con cui diamo forma a pensieri, sentimenti, idee, creando lo spazio simbolico del nostro modo di concepire e descrivere la realtà che viviamo e il contesto culturale con cui quotidianamente ci confrontiamo. Il linguaggio ha, infatti, la potenzialità intrinseca di condizionare la nostra ‘mentalità’, a causa della relazione esistente tra parola e pensiero.</p>
<p>Il linguaggio ‘comune’ ricopre, dunque, un importante ruolo nei processi di costruzione sociale della realtà, e nel definire, rinforzare o, potenzialmente, scardinare i retaggi culturali, patriarcali e sessisti, che tuttora ostacolano il pieno riconoscimento e il concreto raggiungimento della parità di genere in Italia. Se usato in modo sessista, il linguaggio rinforza concezioni stereotipate relative all’identità di genere di donne e uomini, limitandone la libertà individuale e riducendone la possibilità di una soggettiva e particolare autoaffermazione, che non sia categorizzata in base al sesso. Il potere creativo, simbolico e rappresentativo del linguaggio non può, e non deve, essere sottovalutato.</p>
<p>Il linguaggio sessista include parole, espressioni, modi di dire, doppi sensi, proverbi, luoghi comuni, abitudini grammaticali che vanno a denigrare la persona in base alla sua identità di genere e sono al contempo conseguenza e concausa di una doppia morale, nonché di visioni stereotipate e discriminatorie. Ad esempio, l’insulto ‘puttana’, rivolto alle donne anche in contesti non legati al sesso, mostra una finalità denigratoria della sessualità femminile, concepita come priva di desiderio e finalizzata alla riproduzione e alla mera soddisfazione dei bisogni maschili (in una visione prettamente etero-normativa). Allo stesso modo, insultare un uomo definendolo ‘una femminuccia’, qualora non rispetti gli standard di una mascolinità stereotipata, sottolinea chiaramente la concezione di subalternità del genere femminile rispetto a quello maschile.</p>
<p>Un’ulteriore modalità con cui il linguaggio rinforza strutture di disuguaglianza e disparità di potere tra i generi consiste nell’utilizzo di sostantivi maschili riferiti alle donne, per quelle lingue in cui esiste anche il genere grammaticale femminile, come l’italiano. Ciò accade, spesso, soprattutto laddove le donne accedono a professioni, cariche istituzionali e ruoli di maggiore prestigio. Professioni, cariche e ruoli a cui, storicamente, le donne non potevano accedere. Non c’è dunque da stupirsi che termini come <em>sindaca</em>, <em>ministra</em>, <em>avvocata, ingegnera </em>possano non suonare, nonostante siano assolutamente corretti dal punto di vista grammaticale, e importantissimi da utilizzare nel rispetto dell’identità di genere delle donne a cui si rivolgono. Chi si ostina a utilizzare i maschili nei confronti delle donne, giustificando tale scelta con la presunta ‘cacofonia’ dei corrispettivi femminili, non fa altro che riprodurre quelle discriminazioni sessiste che hanno per lungo tempo precluso alle donne la possibilità di perseguire determinate carriere e accedere a ruoli di potere. Termini come quelli citati non sono entrati nel linguaggio comune, semplicemente perché non erano necessari, in quanto alle donne non veniva riconosciuto il diritto di ambire a tali posizioni. C’è poi chi qualifica il maschile come ‘neutro’ e vi attribuisce una funzione ‘universale’, che possa valere anche per il genere femminile. Ma la presunta neutralità del maschile non rappresenta uno strumento di inclusione, bensì un privilegio degli uomini di poter dare per scontato il diritto a venire appellati secondo la loro identità di genere, nonché un ennesimo espediente per sminuire, mortificare o ignorare il valore sociale, professionale e politico delle donne, rendendole completamente invisibili.</p>
<p>Appare, inoltre, alquanto evidente che la questione non sia limitata esclusivamente al rispetto delle regole grammaticali della lingua italiana, le quali prevedono le suddette accordanze al femminile. Un fattore in particolare sembra essere centrale nel dibattito, in grado di rendere accettabili <em>cuoca, sarta, maestra, parrucchiera, operaia, infermiera, segretaria,</em> e di destare obiezioni all’utilizzo di certi altri femminili: il potere. Ciò che viene percepito come anomalo è il riconoscimento di una donna in una posizione al vertice, con un certo ruolo e un certo prestigio. Ostinarsi a non utilizzare il femminile per mestieri, occupazioni o cariche istituzionali certamente non aiuta a renderli più ‘orecchiabili’ né facilita il processo necessario a inserirli più facilmente nell’uso corrente della lingua comune, nonostante l’italiano lo permetta già.</p>
<p>Cruciale è la potenzialità intrinseca del linguaggio di adattarsi – e farci adattare – al progresso verso una società più inclusiva e giusta. Ignorarne, minimizzarne o banalizzarne il peso e la portata sociale, culturale, politica ed economica significa non riconoscere l’urgenza e la necessità di un cambiamento strutturale, che riguarda numerose sfere, tra cui – e in maniera imprescindibile – il linguaggio. Infatti, la battaglia per il riconoscimento paritario a livello linguistico è un tassello, fondamentale, di una battaglia più ampia, per la parità di genere in tutti gli ambiti. L’utilizzo del femminile è un importante strumento non solo per dare la giusta visibilità linguistica alle donne, ma anche per abituarsi all&#8217;idea che determinate professioni siano oggi, finalmente, accessibili a prescindere dal genere. Come spiega l’Accademia della Crusca, “un uso più consapevole della lingua contribuisce a una più adeguata rappresentazione pubblica del ruolo della donna nella società, a una sua effettiva presenza nella cittadinanza e a realizzare quel salto di qualità nel modo di vedere la donna che anche la politica chiede oggi alla società italiana. È indispensabile che alle donne sia riconosciuto pienamente il loro ruolo perché possano così far parte a pieno titolo del mondo lavorativo e partecipare ai processi decisionali del Paese. E il linguaggio è uno strumento indispensabile per attuare questo processo”. Le parole sono importanti. Quindi, dato che la grammatica italiana lo permette, usiamo quelle giuste. Con uno sguardo al futuro, i benefici dell’utilizzo del femminile per professioni storicamente riservate agli uomini andrebbero anche a incidere le aspirazioni delle bambine e delle ragazze. Il linguaggio ha un grande potere evocativo, che permette o limita l’immaginazione. Avere a disposizione le parole per ‘dire’ crea lo spazio simbolico per pensare, sognare e desiderare. Dovrebbe essere interesse di tutt* fornire alle bambine e ai bambini tutte le parole necessarie per immaginare di poter diventare tutto ciò che vogliono.</p>
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<p><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></p>
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		<title>La libertà di essere: il nostro corpo, la nostra storia, le nostre scelte</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Mar 2017 04:35:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra opinione]]></category>
		<category><![CDATA[corpo]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[Ilaria Cianci]]></category>
		<category><![CDATA[stereotipi]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Ilaria Cianci  “La mia rivoluzione inizia nel corpo […]. Può essere graduale e morbida, può essere spontanea e rumorosa, potrebbe essere già in atto. La potresti trovare nel tuo armadio, nei tuoi cassetti,&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><em>di Ilaria Cianci</em><em> </em></p>
<p>“La mia rivoluzione inizia nel corpo […]. Può essere graduale e morbida, può essere spontanea e rumorosa, potrebbe essere già in atto. La potresti trovare nel tuo armadio, nei tuoi cassetti, nel tuo stomaco, nelle tue gambe, nel moltiplicarsi delle tue cellule [&#8230;]. Avviene gradualmente e all&#8217;improvviso, avviene dove vivi e ovunque”.</p>
<p>Le parole di Eve Ensler ci ricordano che la via del cambiamento parte da sé e dalla consapevolezza del proprio corpo, è un movimento che proviene da dentro e che si espande verso l’esterno, verso la società, verso il mondo. Il corpo racconta la nostra vita ed è la nostra storia. La società ci educa a considerare il nostro corpo come qualcosa che ci è stato affidato e non come qualcosa che siamo, e da qui deriva la scarsa conoscenza che abbiamo di noi stesse/i e della nostra fisicità. Il corpo è spazio e tempo, luogo dell’esperienza personale, della memoria, della creatività, dell’invenzione, della lotta.</p>
<p>Dalla nascita del movimento femminista, il corpo delle donne inizia a emergere e diventa protagonista della sfera politica e sociale, partendo da quella personale. Le donne cercano di “immaginare nuovi modi di vivere, di sentire e di pensare il proprio corpo e di trovare chiavi di accesso alla propria sessualità, [..] costruendo gli spazi per farlo e inventando strumenti per la conoscenza di sé stesse, di cura e di soccorso reciproco”<em> (L. Percovich). </em>Prima riunendosi nelle case, poi in sedi condivise con gli altri gruppi del movimento, e in seguito in luoghi autonomi, che furono chiamati consultori e centri per la salute, e che crearono, quasi contemporaneamente nelle diverse città d’Italia, un <em>Movimento Per la Medicina e/o per la Salute delle Donne </em>e la pratica del <em>Self-Help. </em></p>
<p>Il corpo diviene uno spazio politico, un <em>corpo politico</em>, non solo in riferimento alle battaglie legislative (quali il divorzio, l’aborto, il diritto di famiglia), ma soprattutto inteso come un luogo in cui la persona, il corpo, la sessualità, la vita affettiva, i legami familiari, vengono riportati dentro la storia, la cultura, la politica, dove sono sempre stati. Il corpo viene considerato nella sua interezza, come soggetto della politica specialmente nella sua dimensione di essere con gli altri. L’esperienza del movimento femminista ha operato un mutamento radicale nel modo di pensare e di sentire il corpo che acquisisce un ruolo centrale sia nella sfera privata che in quella pubblica. Per la prima volta nella storia, con l’approvazione della legge 194/1978, la sessualità della donna non ha più come unico sinonimo la maternità ma prende posto l’espressione del desiderio sessuale.</p>
<p>Maternità e seduzione sono state, ma lo sono ancora oggi, due “<em>corazze</em>” pesantemente collocate sul corpo e sulla sessualità femminile, difficili da scrollare di dosso. Quale donna, da bambina o da adulta, non è mai stata esposta a una serie interminabile di raccomandazioni rispetto a come si dovrebbe comportare e a come dovrebbe essere? : ‘<em>Sei poco femminile, sembri un maschiaccio’. ‘Mettiti composta, dritta con la schiena e accavalla le gambe’. ‘Una donna non dovrebbe ridere così sguaiatamente’. ‘Non è bello sentire una ragazza dire parolacce’. ‘Chi bella vuole apparire, tante pene deve soffrire’. ‘Se esci scollata e con la gonna così corta ti salteranno addosso ‘. ‘Dovresti dimagrire’. ‘Ma quando ti sposi?’ ‘Alla tua età dovresti pensare ad avere dei figli’. </em>Queste parole, che ci possono risuonare familiari, perché parte del repertorio educativo che probabilmente molte donne si saranno sentite ripetere in varie situazioni, hanno un comune denominatore: il corpo. Un corpo che deve apparire controllato, compiacente, piacevole, predisposto al sacrificio, pronto per affrontare la maternità come unica via per una piena realizzazione. Questa immagine stereotipata che interiorizziamo, si tramanda in una gabbia sociale ed emotiva dalla quale è difficile liberarsi, ma che non si nota quasi più perché normalizzata.</p>
<p>Spesso la cultura, la società e i mass media, raccontano e descrivono il corpo di una donna, non in favore delle giuste differenze rispetto agli uomini, ma attraverso stereotipi culturali portatori di una visione semplicistica e svalutante dell’identità personale e sociale che rafforza e sostiene i rapporti di potere, attribuendo alla donna il ruolo di madre e moglie vs di donna seducente ed erotizzata, all’uomo il ruolo dominante di lavoratore vs cacciatore di donne.  Paradossalmente questa sovraesposizione del corpo porta alla sua scomparsa. La saturazione ci porta a non sentirlo più come parte di noi. Il corpo vissuto sparisce e prende il sopravvento l’immagine che ci è stata cucita addosso.</p>
<p>Il tentativo di controllare le scelte delle donne attraverso il corpo e l’ostentazione del rapporto di potere tra uomo e donna, che il corso della storia ha modificato, ma non abbastanza da cancellarne i tratti originari, alimenta una frammentazione e uno schiacciamento dei diritti, che sono terreno fertile per le discriminazioni e per le molteplici forme che la violenza di genere può assumere. Il processo di cambiamento dovrebbe coinvolgerci in tutta la nostra totalità passando dal corpo: nel corpo, la parola e il pensiero s’incarnano, diventano azione, movimento.</p>
<div id="attachment_3154" style="width: 746px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/ImmagineBeaVaquero.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-0" title=""><img class="size-full wp-image-3154" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/ImmagineBeaVaquero.jpeg?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="Immagine di Bea Vaquero" width="736" height="552" /></a><p class="wp-caption-text">Immagine di Bea Vaquero</p></div>
<p>BIBLIOGRAFIA</p>
<p>Chimamanda Ngozi Adiche (2012).<em> Dovremmo essere tutti femministi</em>, Einaudi Editore, Torino.</p>
<p>Federica Castelli (2015) <em>Corpi in rivolta. Spazi urbani, conflitti e nuove forme della politica,</em> Mimesis, Milano</p>
<p>Michela Marzano (2014). <em>Il diritto di essere io, </em>Edizioni Laterza, Roma.</p>
<p>Michela Marzano (2010) <em>Sii bella e stai zitta. </em>Mondadori Editore, Milano.</p>
<p>Lea Melandri, <em>Il corpo, la legge e le pratiche politiche del femminismo</em> www.universitadelledonne.it?utm_source=rss&utm_medium=rss</p>
<p>Luciana Percovich (2005). <em>La coscienza nel corpo. Donne, salute e medicina negli anni Settanta</em>, Fondazione Badaracco-Franco Angeli, Milano</p>
<p>The Boston Women&#8217;s Health Book Collective (1978). <em>Noi e il nostro corpo scritto dalle donne per le donne, </em>Feltrinelli, Milano.</p>
<p><a title="FATE le STREGHE" href="http://www.associazionerising.eu/fate-le-streghe-numero-4/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><a title="FATE le STREGHE" href="http://www.associazionerising.eu/fate-le-streghe-numero-4/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></a></p>
<p>scarica <a title="FATE le STREGHE" href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/FateLeStregheMar2017.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">qui</a> .pdf del numero di marzo 2017</p>
<hr />
<p><em>Questo sito non costituisce testata giornalistica, non ha carattere periodico ed è aggiornato a seconda della disponibilità del materiale. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7/3/2001.</em></p>
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		<title>La disparità di genere nel lavoro mostra e rafforza la costruzione sociale dei ruoli</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2016 07:20:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra opinione]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[Katia Iudicelli]]></category>
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		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[pari opportunità]]></category>
		<category><![CDATA[stereotipi]]></category>
		<category><![CDATA[violenza culturale]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Katia Iudicelli Controllo sociale, limitazioni e disparità di genere con subordinazione della donna, rappresentano forse per il capitalismo un “bene” da garantire anziché un “ostacolo” da superare? Quanti soffitti di cristallo ci sono&#46;&#46;&#46;</p>
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<p>di Katia Iudicelli</p>
<p>Controllo sociale, limitazioni e disparità di genere con subordinazione della donna, rappresentano forse per il capitalismo un “bene” da garantire anziché un “ostacolo” da superare? Quanti soffitti di cristallo ci sono ancora da infrangere prima che la parità di genere, diritto fondamentale e condizione necessaria per una Società che si definisce civile, sia realmente raggiunta? Quali strategie mettere in campo per garantire pari opportunità a uomini e donne?</p>
<p>La disparità uomo-donna o Gender Gap, discriminazione fondata sul sesso, che è uno dei presupposti culturali della violenza contro le donne, si manifesta con forza nell&#8217;ambito del lavoro. Da tempo l&#8217;Europa ha posto la parità di genere come valore fondante dell&#8217;Unione Europea; negli anni le normative nazionali e internazionali si sono evolute e si sono avuti dei progressi. In passato, le donne avevano un accesso limitato all&#8217;istruzione, erano educate a non avere aspirazioni, non potevano quindi accedere a qualsiasi posizione lavorativa tanto meno a pubblici impieghi e ricevevano retribuzioni inferiori. Attualmente le donne possono conseguire un livello d&#8217;istruzione più alto, avere aspettative maggiori e, fino ad un certo punto, possono credere di avere le stesse opportunità degli uomini.</p>
<p>Diverse ricerche evidenziano come, nonostante i traguardi raggiunti, le disuguaglianze tra i sessi persistano ancora in riferimento a istruzione, sia in termini di preferenze delle materie che di esiti degli studi per cui le donne, anche mediamente più istruite, sono più precarie degli uomini; accesso al mondo del lavoro, che continua a essere più ostico per il genere femminile; molestie e ricatti sul lavoro, a cui le donne sono maggiormente sottoposte. La difficoltà/impossibilità a entrare nel mondo del lavoro, diventa ancora più complessa quando le donne vivono condizioni estreme come quelle della violenza. La precarietà lavorativa con cui si scontrano, infatti, può diventare humus per la violenza economica, una delle forme con cui si manifesta la violenza domestica. La scarsa e/o mancata possibilità di lavorare e quindi di avere un&#8217;indipendenza economica, è uno dei fattori che ritarda la scelta delle donne di allontanarsi dalla violenza, di denunciare e di ricostruire la propria vita.</p>
<p>Da vari rapporti risulta che a parità di prestazione le donne guadagnano meno degli uomini (gender pay gap), da anziane percepiscono una pensione più bassa e sono più esposte al rischio di povertà. Si delinea una struttura societaria complessa all&#8217;interno della quale le donne lottano duramente per cercare di trovare uno spazio. È chiaro come la parità di genere, intesa come riconoscimento di persone, ognuna con le proprie caratteristiche che, a prescindere dal sesso biologico, hanno pari dignità, diritti e opportunità, è ancora lontana. Come mai, nel mondo dell&#8217;occupazione e dell&#8217;impiego, le donne non possono godere delle stesse opportunità degli uomini? Eppure di passi avanti ne sono stati compiuti, in primis, la crescita del livello di scolarità femminile, da quando le donne non sono più escluse da istruzione e formazione, e l&#8217;inserimento nel mondo occupazionale (certo più di tipo manuale che decisionale!).</p>
<p>E&#8217; plausibile ritenere che l&#8217;accesso all&#8217;istruzione e quindi al sapere determini l&#8217;immagine di sé, le aspirazioni e dunque le opportunità lavorative? Il sistema di istruzione e formazione formale (Scuole di ogni ordine e grado) e quello informale (famiglia e società in senso ampio), rappresentando le più importanti agenzie educative, influenzano fortemente la nostra crescita personale, professionale e sociale. L&#8217;istruzione, in particolare, è da intendersi non solo in senso scolastico, ma anche formativo-professionale ed educativo. Nei contesti preposti all&#8217;apprendimento e alla formazione professionale, bambini e bambine crescono educati a nutrire certe aspettative, ad agire determinati comportamenti e ad assumere i ruoli che nella visione collettiva sono considerati adeguati per uomini e donne. La stessa Convenzione di Istanbul all’art. 3, lett. c, sottolinea quanto vi è di socialmente costruito nell&#8217;essere uomini o donne. Un sistema all&#8217;interno del quale i ruoli maschili e femminili derivano da una costruzione storico-sociale, vengono affidati in base al sesso di appartenenza e trasmessi attraverso le principali agenzie educative produce, inevitabilmente, posizioni di partenza ineguali per uomini e donne e di conseguenza differenti opportunità tra lavoratori e lavoratrici.</p>
<p>La disparità di genere nel lavoro, dunque, mostra e al contempo rafforza la costruzione sociale dei ruoli. Ecco che, ancora oggi, gli uomini mantengono un ruolo centrale nel mercato del lavoro, ai vertici del potere e hanno maggior denaro, mentre alle donne resta un ruolo marginale nella sfera della produttività e di primo piano nella sfera dell&#8217;affettività, della cura e della gestione della casa. Ma se le condizioni di uomini e donne sono costrutti sociali, allora si possono trasformare: trent&#8217;anni fa una ragazza non avrebbe potuto immaginare di fare la poliziotta, la magistrata, la ministra, perché “educata” a credere di non poterlo fare con un ordinamento giuridico che cristallizzava questi divieti. La collettività intera ha una responsabilità nella costruzione di schemi che possono o favorire o contrastare un modello sociale fondato sul rispetto di uomini donne. Un Paese che aspira ad una reale crescita sociale, politica, economica non può prescindere dall&#8217;uguaglianza di genere anche nel mercato del lavoro, da modelli di Welfare che promuovano la condivisione delle responsabilità, facilitino la conciliazione dei tempi lavoro e maternità e incoraggino la possibilità di carriera per le donne. Nell&#8217;attuare interventi strutturali e riforme tese al raggiungimento delle pari opportunità ricordiamoci, però, il ruolo fondamentale dell&#8217;educazione alla parità di genere: un&#8217;educazione che non annulli le diversità, ma le valorizzi; un&#8217;educazione che non ingabbi in ruoli rigidi e stereotipati; un&#8217;educazione che sappia guardare oltre i generi e formi &#8220;persone&#8221; quindi &#8220;società&#8221; capaci di garantire pari dignità, pari diritti e pari opportunità.</p>
<p><a title="Fate le Streghe" href="http://www.associazionerising.eu/fate-le-streghe-numero-3/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
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<p><em>FONTI</em></p>
<p><a href="http://www.europarl.europa.eu/atyourservice/it/displayFtu.html?ftuId=FTU_5.10.8.html&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://www.europarl.europa.eu/atyourservice/it/displayFtu.html?ftuId=FTU_5.10.8.html&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p><a href="http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A12012E%2FTXT&utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A12012E%2FTXT&utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p><a href="http://www3.weforum.org/docs/GGGR2015/cover.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://www3.weforum.org/docs/GGGR2015/cover.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p><a href="http://www.pubblicitaprogresso.org/wp-content/uploads/2016/03/Gender-gap-Report-2015_Job-Pricing-pag18-22.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://www.pubblicitaprogresso.org/wp-content/uploads/2016/03/Gender-gap-Report-2015_Job-Pricing-pag18-22.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p><a href="http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/index_it.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/index_it.htm?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p><a href="http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/archivio-notizie/2669-eige-presentato-lindice-sulluguaglianza-di-genere-2015?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/archivio-notizie/2669-eige-presentato-lindice-sulluguaglianza-di-genere-2015?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
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<p><a title="Fate le Streghe" href="http://www.associazionerising.eu/fate-le-streghe-numero-3/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><a title="Fate le Streghe" href="http://www.associazionerising.eu/fate-le-streghe-numero-2/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></a></p>
<p>scarica <a title="Fate le Streghe" href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/FateLeStregheNov2016.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">qui</a> .pdf del numero di novembre 2016</p>
<p><a href="mailto:fatelestreghe@associazionerising.org" target="_blank">fatelestreghe@associazionerising.org</a></p>
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		<title>Il privilegio più antico del mondo</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jul 2016 14:42:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra opinione]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Nanni]]></category>
		<category><![CDATA[magazine]]></category>
		<category><![CDATA[prostituzione]]></category>
		<category><![CDATA[violenza di genere]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>di Giulia Nanni Secondo alcune stime, nel mondo ci sono tra le 40 e le 42 milioni di persone che si prostituiscono: i tre quarti hanno un’età compresa tra i 13 e i 25&#46;&#46;&#46;</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="fb-root"></div>
<p><em>di Giulia Nanni</em></p>
<p>Secondo alcune stime, nel mondo ci sono tra le <strong>40 e le 42 milioni di persone che si prostituiscono</strong>: i tre quarti hanno un’età compresa tra i 13 e i 25 anni e ben 2 milioni sono minori. La percentuale di donne si avvicina all’80% e, in Europa, 9 prostitute su 10 vorrebbero smettere ma non si sentono in grado di farlo. In Italia ci sono 9 milioni di clienti: circa <strong>un uomo su 3</strong>. Forse la prostituzione non è poi così lontana da tutte/i noi.</p>
<p>Madonna/Prostituta è la dicotomia con cui la società, da sempre, divide le donne; due estremi, entrambi basati sulla rimozione del desiderio sessuale femminile. La prima non ne ha bisogno, rinuncia al proprio corpo, ed è “pura” per questo. La seconda il corpo lo vende, esiste per rispondere e soddisfare i desideri dell’uomo ed è “sporca” nonostante questo. Pensiamo mai all&#8217;identità delle donne? Alla loro sessualità, al loro piacere e alla loro completezza? Ed è proprio sulla base di questo che noi, in quanto donne, è il diritto a non essere prostitute, pur essendo libere, che vogliamo difendere e non quello di poter essere prostitute per essere libere. Libere di fare cosa? Di vendere qualcosa che nemmeno possediamo veramente? È la società patriarcale che decide cosa è bello e cosa è brutto; decide quanto vale il nostro corpo, che prezzo esso debba avere. Siamo prezzate sulla base dell’età, del peso, del colore della pelle, etc. Il denaro introduce un’immediata asimmetria nel rapporto: un essere umano riduce un altro in un oggetto e, nell&#8217;80% dei casi, l&#8217;oggetto è donna. C’è il mercato e ci sono le donne-merce. Anche il più generico consumismo ha come punto di forza la prostituzione simbolica del corpo femminile, nella sua continua riduzione e mero oggetto del desiderio sessuale maschile. Come può coincidere la libertà della donna di fare ciò che desidera del proprio corpo, con la libertà dell’uomo di acquistarlo?</p>
<p>La realtà è che, nel mondo, a parità di mansione e incarico, le donne guadagnano meno degli uomini tranne in un unico caso: quando vendono il loro corpo. Le prostitute subiscono le più varie forme di oppressione: dallo sfruttamento alla marginalizzazione, dall&#8217;impotenza alla violenza. Ci rifiutiamo, quindi, di definire lavoro un fenomeno che, oltre a quanto detto, genera un tasso di mortalità 40 volte superiore a quello di qualsiasi attività lavorativa. Del resto, dibattere sul potenziale retributivo della prostituzione è disonesto poiché gli esseri umani non hanno e non devono avere prezzo.</p>
<p>La discriminazione contro le donne si riferisce a qualsiasi forma di esclusione o restrizione basata sul genere che ne nega la parità rispetto agli uomini, che diminuisce il loro riconoscimento sociale e la possibilità di avere le stesse libertà in tutti i campi: politico, economico, sociale, culturale e civile. E la prostituzione è proprio questo.</p>
<p>Riteniamo che sia l’espressione massima della subordinazione tra i generi; il simbolo per eccellenza della mercificazione delle donne; causa e conseguenza del continuo rafforzamento della disparità tra uomo e donna. È legittimazione dello stupro sociale: accade sotto gli occhi di tutti e tutte, nell’indifferenza o con il consenso di molti/e. La società e, soprattutto, il cliente scelgono di non interessarsi alla prostituta perché la cultura di cui siamo intrisi/e ritiene ancora che la donna debba essere a disposizione sessuale dell’uomo.</p>
<p>Consigliereste mai alla vostra compagna, sorella, figlia la prostituzione? E le prostitute non sono forse le compagne, sorelle, figlie di qualcuno? È in gioco la società in cui vogliamo vivere e ci rifiutiamo di continuare ad accettare una tale forma di deresponsabilizzazione.</p>
<p>La prostituzione inoltre, è strettamente connessa alla tratta degli esseri umani, due fenomeni che si alimentano a vicenda: in ogni mercato che si rispetti l’offerta risponde alla domanda e, per soddisfare la richiesta di prestazioni sessuali a pagamento, la criminalità organizzata provvede a trafficare le donne.</p>
<p>La disuguaglianza di genere come causa di fondo della tratta e, quindi, della prostituzione è riconosciuta anche dall’UE che, con la direttiva 2011/36/UE, impone di porre in essere azioni <em>gender-specific </em>per il contrasto del fenomeno. Nel febbraio scorso, il Governo italiano ha recepito la direttiva, adottando il primo <a title="Piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani" href="http://www.pariopportunita.gov.it/index.php/archivio-notizie/2717-adottato-il-primo-piano-nazionale-dazione-contro-la-tratta-e-sfruttamento-degli-esseri-umani?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">Piano nazionale d’azione contro la tratta e il grave sfruttamento</a>, riconoscendone anch&#8217;esso la specificità di genere. Tra le azioni di prevenzione, il Piano si prefigge anche di <em>“porre in essere attività volte a scoraggiare la domanda di servizi offerti dalle vittime di tratta” </em>e proprio in questa direzione, riteniamo che la riduzione della domanda di sesso a pagamento possa, con il tempo, arginare una tale violazione dei diritti umani, stimolare una maggiore presa di coscienza della collettività e favorire la costruzione di una società più paritaria tra uomini e donne. La c.d. criminalizzazione del cliente, introdotta dalla Svezia, vige oggi anche in Norvegia, Islanda, Canada e Francia.</p>
<p>Lottiamo per i diritti delle donne, soprattutto per coloro che non possono farlo e che ne pagano il prezzo maggiore.</p>
<p><strong>FOCUS SUL TEMA</strong></p>
<p>Solitamente parlare di prostituzione equivale a parlare di prostitute; invece, il fenomeno in questione è estremamente complesso e solo una visione olistica dello stesso permette di comprenderlo e di porre in essere strategie adeguate. Proprio per questo riteniamo sia importante precisare che non c’è solo la prostituta ma che gli attori in gioco sono tre: l’uomo, la donna e la criminalità organizzata.</p>
<p>Nonostante le opinioni sulla prostituzione siano estremamente varie e discordanti tra loro, senza scendere nello specifico, sintetizzeremo le più grandi linee di pensiero, tenendo presente che poi, nei dettagli, sono declinate in modo diverso da Paese in Paese.</p>
<p>Il<strong><em> proibizionismo</em></strong>, presente in gran parte del mondo, prevede pene più o meno severe per le prostitute. Rispondendo al principio della deterrenza, si trova ad agire sulle manifestazioni e non sulle cause della prostituzione.</p>
<p>La <strong><em>regolamentazione</em></strong> considera la prostituzione un lavoro; ne accetta l’esistenza e le riconosce uno spazio economico e sociale. Alcuni stati prevedono una legalizzazione a monopolio statale, come quella italiana prima del 1958, altri gestita dal settore privato. Ne sono esempio più conosciuto l’Olanda e la Germania.</p>
<p><strong>L’</strong><em><strong>abolizionismo</strong>, </em>che vige anche in Italia, fa riferimento alla convenzione ONU del 1949, per la repressione della tratta e dello sfruttamento della prostituzione, che considera quest’ultima incompatibile con la dignità e il valore della persona umana. Ritiene che la prostituzione non è una normale attività commerciale e, per sfavorirla, penalizza tutte le attività a essa connesse: favoreggiamento, induzione, reclutamento, sfruttamento, gestione di case, etc. Al tempo stesso però, non la definisce illegale di per sé: non criminalizza né la donna-prostituta, né l’uomo-cliente.</p>
<p>L’approccio più recente è quello <strong><em>neoproibizionista</em></strong> (modello nordico) che, al contrario del primo, considera le prostitute delle vittime e punisce i clienti con una multa. L’acquisto di prestazioni sessuali è considerato una violenza nei confronti delle donne; un serio problema che causa danni all&#8217;individuo e alla società: l’uguaglianza tra i sessi non potrà essere ottenuta fino a quando gli uomini continueranno a comprare, vendere e sfruttare le donne.</p>
<p><a title="Fate le Streghe" href="http://www.associazionerising.eu/fate-le-streghe-numero-2/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&gt; prima pagina</a></p>
<p><a title="Fate le Streghe" href="http://www.associazionerising.eu/fate-le-streghe-numero-2/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img class=" size-medium wp-image-1055 alignnone" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></a></p>
<p>scarica <a title="Fate le Streghe" href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/FateLeStregheLug2016.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">qui</a> .pdf del numero di luglio 2016</p>
<p><a href="mailto:fatelestreghe@associazionerising.org" target="_blank">fatelestreghe@associazionerising.org</a></p>
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		<item>
		<title>Quante donne possono dire di non aver mai subito violenza culturale?</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2016 10:47:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Zdenka Rocco]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La nostra opinione]]></category>
		<category><![CDATA[Centro Antiviolenza]]></category>
		<category><![CDATA[Chiara Scipioni]]></category>
		<category><![CDATA[FATE le STREGHE]]></category>
		<category><![CDATA[global gender gap report]]></category>
		<category><![CDATA[istat]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Grifi]]></category>
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		<category><![CDATA[violenza culturale]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>di Chiara Scipioni Quante donne possono dire di non aver mai subito violenza culturale? Quella violenza sottile che riconosce il maschile come unico genere pienamente titolare di diritti? Maltrattamenti, violenza sessuale, stalking. Tratta, prostituzione, mutilazioni&#46;&#46;&#46;</p>
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<p><em>di Chiara Scipioni</em></p>
<h4><em>Quante donne possono dire di non aver mai subito violenza culturale? Quella violenza sottile che riconosce il maschile come unico genere pienamente titolare di diritti?</em></h4>
<p>Maltrattamenti, violenza sessuale, stalking. Tratta, prostituzione, mutilazioni genitali femminili, matrimoni forzati. Sono molte le forme che la violenza di genere assume quotidianamente e che portano, ogni anno, migliaia di donne a rivolgersi ai Centri antiviolenza: 16.678 solo nel 2014, secondo i dati della Rete nazionale dei Centri antiviolenza D.i.re. Una donna su tre, in Italia, l’ha subita almeno una volta nella vita, vale a dire 6 milioni e 788 mila donne.</p>
<p>Ma quante donne possono dichiarare di non avere mai subito un’altra forma di violenza, di cui destinatarie esclusive siamo sempre noi, e che è agita quotidianamente dagli uomini? Si tratta di quella violenza sottile, autorizzata da una cultura e una società permeate dal costante riconoscimento di un solo genere, quello maschile, come soggetto pienamente titolare di diritti. <div id="post-link-1356" class="sh-link post-link sh-hide"><a href="#" onclick="showhide_toggle('post', 1356, 'Show more...', 'Show less...'); return false;" aria-expanded="false"><span id="post-toggle-1356">Show more...</span></a></div><div id="post-content-1356" class="sh-content post-content sh-hide" style="display: none;"></p>
<p>Molteplici sono le situazioni e i contesti in cui le donne subiscono una compressione di diritti. La causa risiede nella disparità tra i generi, nell’insieme di divieti, aspettative e obblighi che derivano da ciò che ci si aspetta dalle donne, sia individualmente che nella relazione con gli uomini, storicamente e culturalmente. E nessuna donna, presumibilmente, può dirsi libera da questa violenza. Ancora oggi, donne che scelgono di non essere madri sono considerate fuori dall’ordinario, donne a metà, snaturate. Donne che scelgono di formarsi e sono qualificate, capaci e brillanti, a parità di mansione e incarico professionale guadagnano di meno (intorno al 7,3%) dei colleghi uomini. Donne che vogliono attraversare liberamente le strade delle città in cui vivono sono destinatarie, giorno e notte, di occhiate, fischi, commenti che, inesorabilmente, ne accompagnano il passaggio. Non richiesti, non graditi, volgari, ma che appaiono inevitabili.</p>
<p>Agiamo tutte e tutti dentro una cultura che, trascurando le sfumature che gli uomini possono esprimere con la propria individualità, propone costantemente un modello in cui il maschio virile ha il preciso compito di tutelare i soggetti deboli, a lui subordinati, ed è, per natura, predatore, quindi violento. Da ciò discende anche la legittimazione di questi comportamenti e attitudini, che vengono acquisiti socialmente come “normali”.<br />
La stessa cultura costruisce il genere femminile in contrapposizione a quello maschile, caratterizzandolo in termini di debolezza e subordinazione. Tutto ciò si traduce nella riduzione dello spazio a disposizione per i desideri, la volontà e le potenzialità delle donne. Si verifica non solo nelle relazioni di coppia, ma nella società intera, proprio a causa del predominio che gli uomini esercitano nella sfera pubblica. La violenza di cui parliamo possiamo definirla <em>strutturale</em>: la vita pubblica e quella privata tendono entrambe alla rimozione di un femminile portatore di diritti ed espressione di libertà e soggettività. Consentire alle donne di occupare, pienamente e serenamente, tanto lo spazio pubblico quanto di quello privato, senza rischiare minacce, aggressioni e discriminazioni, dovrebbe essere priorità sociale prima ancora che governativa. La questione fondamentale non è – e non può essere – quella della tutela delle donne attraverso la riduzione del loro diritto all’autodeterminazione, ma lo sviluppo di azioni che ne rafforzino la libertà, responsabilizzando gli uomini e favorendo una cultura del rispetto dell’autonomia e della dignità femminile. Per evitare il consolidarsi di stereotipi nelle generazioni future, è fondamentale anche il rafforzamento delle azioni di prevenzione, nelle scuole e in tutti i contesti di aggregazione giovanile.</p>
<p>Gli interventi in favore delle donne, volti a sradicare la violenza di genere a partire dalla rimozione della cultura che la alimenta, non possono essere frammentari: a un fenomeno strutturale si deve necessariamente rispondere coinvolgendo l’intera società e investendo risorse nella prevenzione e nelle azioni di contrasto. Anche gli interventi legislativi incidono inevitabilmente nel rafforzamento o nell’abbattimento della cultura dominante: il percorso per il pieno riconoscimento dei diritti delle donne ha già segnato, in Italia, il raggiungimento di molti traguardi: la qualificazione giuridica del reato di violenza sessuale come delitto contro la persona, l’abolizione del delitto d’onore, l’introduzione del reato di stalking, la ratifica della Convenzione di Istanbul. Tutte conquiste da attribuire al movimento delle donne che, inesorabile, continua a lottare per colmare i <em>millenni di assenza</em>che caratterizzano la storia e che hanno alimentato la compressione dei nostri diritti.</p>
<p>Esserci, e occupare pienamente lo spazio che è nostro, è la prima risposta che vogliamo mettere in campo nella lotta alla violenza nei confronti delle donne.</p>
<p><a href="http://www.direcontrolaviolenza.it/wp-content/uploads/2015/11/Report_dati-2014.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://www.direcontrolaviolenza.it/wp-content/uploads/2015/11/Report_dati-2014.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss</a><br />
<a href="http://www.istat.it/it/archivio/161716?utm_source=rss&utm_medium=rss" target="_blank">http://www.istat.it/it/archivio/161716?utm_source=rss&utm_medium=rss</a></p>
<p></div></p>
<hr />
<h3>Focus sul tema</h3>
<p><em>di Laura Grifi</em></p>
<p>L’esperienza dei Centri Antiviolenza e le principali disposizioni nazionali e internazionali in materia di violenza di genere, affermano che la violenza ha matrice culturale e dipende dai rapporti storicamente diseguali tra i sessi. La discriminazione delle donne alimenta la violenza nei confronti delle stesse e viceversa. Pertanto, una delle misure di prevenzione necessarie è quella di promuovere un cambiamento culturale che elimini pregiudizi, costumi, tradizioni e qualsiasi pratica basata sull’idea dell’inferiorità della donna o su modelli stereotipati dei ruoli di donne e uomini. La cultura quindi può legittimare o dissuadere dal commettere un atto violento. La nostra cultura è ancora intrisa di stereotipi e pregiudizi che relegano la donna in una posizione subordinata?</p>
<p>Non abbiamo trovato un’indagine statistica, che valuti a tutto tondo l’incidenza del sessismo nella cultura italiana, considerando in maniera esaustiva i valori, il linguaggio, le norme, gli stereotipi e le pratiche che perpetriamo e tramandiamo. I pochi dati a nostra disposizione ci dicono che le donne sono meno indipendenti dal punto di vista economico e meno rappresentante nelle sfere decisionali della società. Donne e uomini ritengono che il genere femminile sia più discriminato e più spesso si trovi costretto a rinunciare alle proprie aspirazioni e ai propri desideri. In Italia, le donne sono presenti negli organi istituzionali solo per un terzo; nessuna donna è mai stata eletta Presidente del Consiglio o della Repubblica. Riguardo all’occupazione, le donne lavorano meno, sono pagate la metà e ricoprono mansioni di livello più basso. Il 40% della popolazione ritiene ancora che la donna avrebbe potuto evitare la violenza subita. Anche le statistiche confermano che c’è ancora molto lavoro da fare.</p>
<p><a title="" href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/TabGenderGap2015_2.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" data-rel="lightbox-0" title=""><img class=" size-medium wp-image-1002 alignleft" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/TabGenderGap2015_2-300x202.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="TabGenderGap2015_2" width="300" height="202" /></a></p>
<h4>GLOBAL GENDER GAP REPORT 2015</h4>
<p>L’Italia si posiziona al 41° posto su 145 paesi per quanto riguarda l’uguaglianza di genere. Quattro le dimensioni analizzate: salute, istruzione, partecipazione politica ed economica. I valori vanno da 0 (disuguaglianza di genere) a 1 (uguaglianza di genere).</p>
<h4>STEREOTIPI, RINUNCE E DISCRIMINAZIONI DI GENERE</h4>
<p>(Istat, 2011)<br />
La ricerca sintetizza che per la maggioranza della popolazione (57,7%) la situazione degli uomini nel nostro Paese è migliore di quella delle donne: lo pensano le donne (64,6% delle intervistate) più degli uomini (il 50,5%). Per quattro persone su dieci (43,7%) la donna è vittima di discriminazioni. Il 44,1% delle donne, contro il 19,9% degli uomini, ha dovuto fare qualche rinuncia in ambito lavorativo a causa d’impegni e responsabilità familiari o per volere dei propri familiari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a title="FATE le STREGHE, numero 1" href="http://www.associazionerising.eu/fate-le-streghe-1/?utm_source=rss&utm_medium=rss"><img class=" size-medium wp-image-1055 alignleft" src="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/ImmagineTestata-300x57.png?utm_source=rss&utm_medium=rss" alt="ImmagineTestata" width="300" height="57" /></a>Scarica <a href="http://www.associazionerising.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/FateLeStregheMAR16.pdf?utm_source=rss&utm_medium=rss"><strong>qui</strong></a> il numero di marzo 2016</p>
<p><a title="FATE le STREGHE, numero 1" href="http://www.associazionerising.eu/fate-le-streghe-1/?utm_source=rss&utm_medium=rss">&lt;prima pagina</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a title="Scrivici" href="mailto:fatelestreghe@associazionerising.org">fatelestreghe@associazionerising.org</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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